Castel Volturno: il luogo di Dogman, dove preghiera e bestemmia si fondono

Che film è Dogman? Un film ispirato a una storia vera, il cosiddetto “delitto del Canaro”, che ha poi preso una strada diversa, ovvero quella che il suo regista gli ha voluto dare, liberandolo da un carattere documentaristico. Un film la cui idea è nata circa quindici anni fa ed è stata sospesa sulla scrivania. Poi succede che il suo ideatore, Matteo Garrone, pensa di iniziare a lavorare a un nuovo progetto, quello di Pinocchio, forse sulla scia favolistica e fantastica de Il racconto dei racconti (2015) che ai David di Donatello, e non solo, gli aveva dato parecchie soddisfazioni. Però a causa di qualche problema tecnico deve rimandare, ha otto mesi liberi e riprende quella storia dalla sua scrivania, ritornando un po’ a quel suo cinema-verità, cupo e duro e, come spesso accade un po’ per caso, questo diventa un film di forte impatto sul pubblico.

In un incontro con Matteo Garrone, tenutosi venerdì 22 giugno 2018, al Duel Village di Caserta, in collaborazione con CasertaFilmLab, che ha visto anche l’intervento del documentarista Romano Montesarchio, l’architetto Raffaele Cutillo e la visione dei bellissimi scatti di Giovanni Izzo, fotografo indipendente con uno studio a Grazzanise (CE), si è parlato dell’interessante scelta, da parte di Garrone e di altri registi italiani, di utilizzare come set cinematografico la zona di Castel Volturno con il suo mare, le sue dune e la sua edilizia. Luogo suggestivo in cui la durezza e la decadenza si impastano a una certa grazia “sacra” che arriva in modo forte all’occhio più sensibile.

Garrone scoprì i luoghi di Castel Volturno circa diciassette anni fa, grazie a un suo amico campano che lo portò lì mentre era alla ricerca del set perfetto per L’imbalsamatore. Il regista romano venne immediatamente assorbito da quella sospensione quasi metafisica e nacque subito una certa alchimia. Ha detto: “È un luogo a cui subito ho voluto bene e che mi ha voluto bene” mostrando quanto i posti si scelgano e ci scelgano, un po’ come accade con le persone.
Questi luoghi, quasi mistici, in cui il profano di una prostituzione galoppante, di un mercato della droga e di un’edilizia che lascia pensare a una certa decadenza, si mescola alla bellezza di un paesaggio selvaggio che quasi si ribella ai soprusi umani, chiede perdono e assoluzione di una pena che sembra essere la cifra grazie alla quale la preghiera diviene anche bestemmia.
Luoghi contraddittori che hanno fatto da sfondo a film come L’imbalsamatore (2002) e Gomorra (2008) di Matteo Garrone, Fortapàsc di Marco Risi (2009), Tatanka di Giuseppe Gagliardi (2011), Indivisibili di Roberto De Angelis (2016), fino ad arrivare al sopracitato Dogman.

dogman garrone
Mentre sul grande schermo, alle spalle degli invitati, scorrevano le foto in bianco e nero di Giovanni Izzo, mostrando dettagli e vita di Castel Volturno, il regista romano, tornato da Cannes, ha spiegato l’importanza della scelta dei luoghi, narrati da Romano Montesarchio nei suoi documentari e analizzati da un punto di vista strutturale da Raffaele Cutillo, importanza che è strettamente collegata alla storia che vuole raccontare e ai personaggi di cui delinea la psicologia. Allora, ecco che in Gomorra ha bisogno di collocare Totò (Salvatore Abbruzzese) in uno spazio “chiuso”, perché sta raccontando la storia di un tredicenne che “entra” nel sistema camorristico e sceglie le vele di Scampia che avvolgono, quasi stritolano con quell’eccesso di cemento e occhi puntati, questo giovanissimo ragazzo, la cui strada sembra già segnata da un “successo funesto”.
Per Marco (Marco Macor) e Ciro detto Pisellino (Ciro Petrone) ha invece bisogno di uno spazio “aperto”, perché la loro è la storia di due giovani malviventi attratti dal mito di Scarface (1983). Prendono a essere due moderni Don Chisciotte che si scardinano dai poteri grandi, pensando, in un delirio di ingenua onnipotenza, di poter fare il colpaccio ed essere “delinquenti senza padroni”. Da qui la scelta di una zona isolata del Litorale Domizio con la sua vasta spiaggia e il suo mare verso il quale sparano, pensando di conquistare quell’infinito che vedono aprirsi davanti ai loro occhi e che di lì a poco si rivelerà una chiara illusione.

pisellino
Veniamo ora a Dogman. Il regista, invitato a parlarne durante la serata, ha espresso il suo iniziale dubbio sulla scelta di quei luoghi, già utilizzati ne L’imbalsamatore e in Gomorra, il suo timore era quello di apparire ripetitivo. Dubbi e timori spariti subito dopo aver appurato che la sua storia non poteva che avere quel “contenitore” portatore di una certa durezza mista a grazia, capace di generare una tragicità che avrebbe spiegato visivamente la storia che aveva da raccontare.
Dogman è un film che ringhia, morde, poi si ritrae e mostra i suoi occhioni dolci, restituendo una tenerezza e un bisogno di riceverne che disarma lo spettatore.

Garrone punta su Marcello Fonte, scelta più che giusta, il quale veste i panni di Marcello detto “er canaro” perché ha un locale di tolettatura per cani. Uomo mite e ben voluto da tutti, cerca di destreggiarsi goffamente tra affari illeciti, che in parte sembra quasi subire senza ribellarsi e momenti di onestà e dolcezza.
La costruzione psicologica che c’è dietro il personaggio di Marcello, forse, è la cosa più interessante del film. La primissima cosa che ci salta addosso è la sua immensa umanità, resa particolarmente reale e palpabile grazie agli occhi e al sorriso di Fonte che conquista non solo Cannes ma un po’ tutti. Dietro questa bellissima e struggente umanità, si srotolano due grossi gomitoli, l’uno che genera la luce, l’altro l’oscurità. Ma allora ci si chiede: Chi è in realtà Marcello? Il padre dolce, premuroso, che di tanto in tanto si sente inadeguato e mostra le sue fragilità a viso aperto? Quello che cerca uno spazio altro nei fondali marini in cui evade con sua figlia? Quello che accompagna, fa da palo ai due che derubano in una casa, prende parte del bottino, ma poi ritorna per salvare un chiwawa, rischiando di essere beccato? Quello che saluta ogni cane con un: “Ciao amore!”? Quello silenzioso, che ascolta gli altri parlare di un problema “di tutti”, chiamato Simone (un altrettanto bravissimo Edoardo Pesce), che bisogna risolvere? Quello che va in un night club, si guarda intorno sognante più che eccitato, bacia una cubista e poi si copre il viso con le mani, restituendo un imbarazzo e una dolcezza quasi puerile, che crea attrito con la sensualità pulsante di quel luogo? Ancora, quello che estrae una pallottola dal braccio di Simone, che gli urla: “Attento Simone!” mentre un altro, per affari di soldi e droga, sta per colpirlo mortalmente alle spalle? Quello che va in prigione per codardia? Quello che chiude Simone in una gabbia? Quello che arriva a ucciderlo?

dogman marcello
Marcello è tutti questi, è un puro che vive in un mondo sporco, che cerca di difendersi, ma che non sa esattamente come farlo e allora improvvisa, cade nell’errore; ma soprattutto c’è un Marcello ante e post prigione. Cambia quando viene calpestata la sua dignità di essere umano, si sente umiliato dinanzi a sua figlia e sente di essere rimasto solo, chiuso in una solitudine profonda che lo porta a fondo, a cercare una qualche vendetta che gli restituisca quello che gli è stato tolto.
Il Marcello post-prigione è cupo, sorride molto più raramente e poco sinceramente. Il tempo meteorologico, come ha sottolineato anche lo stesso regista, è stato un grosso regalo che quel luogo gli ha fatto, l’ennesimo, perché il Marcello ante-prigione è accompagnato da giornate soleggiate, quello post, da pioggia e cielo plumbeo, dunque, per un caso fortuito, si viene a creare un gioco di luci e umori che si impastano in modo perfetto, fino a generare un unico fluido tra contenitore e contenuti.

Quel Marcello non vuole essere più ignorato e, quando vede Simone con la sua moto nuova di zecca comprata con i soldi del colpaccio che lo ha spedito dritto in prigione (dove rincontriamo il disilluso Luciano di Reality (2012), Aniello Arena, nei panni di un sicuro commissario di polizia) sfrecciargli sulla passerella di fronte al suo locale, sente la frustrazione salire e questa esploderà nel momento in cui riconosce, negli occhi dell’altro, un’indifferenza priva anche di cattiveria, proprio perché Simone neanche lo vede, lo sminuisce chiamandolo “Marcellì”, lo deride e quando questo piccolo uomo prova a ribellarsi a lui, lo punisce picchiandolo a sangue, sotto gli occhi dei tanti che non intervengono.
La scena che segue quella della violenza fisica ai danni di Marcello, lo vede dinanzi al mare aperto, c’è silenzio e tutto si tinge dei toni del blu, anche il suo viso pieno di tagli, scena che quasi riporta alla memoria una delle maggiori opere del “periodo blu” picassiano Poveri in riva al mare (1903). Eppure, quella distesa blu, quel silenzio di fondo, non contengono una verità univoca, gli occhi del “canaro”, a differenza di quelli del personaggio maschile del quadro di Picasso che si direzionano verso il basso, in un gesto umile e sottomesso, cercano, chiedono qualcosa puntando verso il mare, sono occhi consapevoli: qualsiasi cosa sia, sarà rischiosa e dolorosa. Tutto quello che avverrà da quel momento in poi, infatti, sarà doloroso.

dogman

Garrone non mette in scena, con i suoi personaggi, una rigida dicotomia che mostra la separazione netta di buono e cattivo. Si lascia andare a un gioco crudele e reale, in cui queste due forze si mescolano e generano l’umano che “viene indotto in tentazione” e chiede di “essere liberato dal male”.
Il Simone garroniano fa rabbia non tanto per i suoi soprusi, quanto più per la totale inconsapevolezza che mostra. È un violento che non ragiona, lasciato a un’esistenza bruta, l’esempio fastidioso e mortificante che contrasta e sbeffeggia le parole del sommo poeta: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza. Così troviamo scritto nel ventiseiesimo canto dell’Inferno e Garrone, calandosi in un inferno umano, crea colui che ride di queste parole, sembra guardarle, passarci di fianco, calpestarle e chiunque abbia coscienza critica e coerenza mentale viene disturbato da questo atteggiamento. Quindi, anche quando Marcello lo attira nel suo locale di toelettatura con un escamotage, lo riesce a chiudere in una gabbia per cani. Lo spettatore che segue la scena è portato quasi a giustificarlo, a vedere in un atto disumano l’acquisizione di una coscienza critica, di una dignità morale che manca al prigioniero umiliato che ha umiliato l’intelligenza umana e ora deve “chiedere scusa” e, dato che non sa farlo, perché non sa cosa sia giusto e sbagliato, il gesto estremo, che a questo punto del film sembra un po’ un mors tua vita mea” diviene l’unica possibilità.

L’ultimo quarto d’ora del film dà il colpo di grazia allo spettatore che, per tutti i centodue minuti si è lasciato andare a un’alternanza di carezze e morsi. Lì, in un finale tragico, si ritrova in un caos emotivo che fa davvero male.
Fa male vedere questo piccolo “Davide” che porta sulle sue spalle questo gigantesco “Golia”, come se fosse il trofeo di un’umanità spezzata. Fa male sentire Marcello, in preda alle allucinazioni date dall’assunzione di droghe: “Sono Marcello. Venite a vedere che ho fatto. Ci penso io” quasi come se volesse, in queste ultime ed estreme urla, prendersi un merito, riprendersi una dignità personale con quel “Sono Marcello”.
Ma soprattutto, fanno malissimo le ultime due inquadrature: la prima sul viso stanchissimo e perso di Marcello che, reduce dalla fatica fisica, mostra un affanno convulso che pian piano si attenua e lascia spazio alla drammatica consapevolezza chiusa nel suo sguardo. Poi c’è uno stacco di inquadratura e la ripresa successiva mostra la darsena prosciugata dall’alto, sulla quale è stata montato un simbolico parco giochi abbandonato e qui, in questa ultimissima azzannata, Garrone restituisce tutta la solitudine umana, quella di Marcello con questo cadavere ai suoi piedi e quella di una vita umana misera, che toglie senza dare assoluzione.

Articolo di Giusy Di Nuzzo

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