Il gioco delle coppie di Garrel: quando un uomo resta fedele tradendo

Dopo il primo lungometraggio Les deux amis (2015), l’attore, regista e sceneggiatore Louis Garrel torna dietro e davanti alla macchina da presa, cucendo e indossando gli abiti di Abel con il film L’uomo fedele (Francia, 2018). E sono abiti caratterizzati da un umoristico surrealismo, dato molto anche dalla presenza di un certo Jean-Claude Carrière alla sceneggiatura, un’irresistibile leggerezza proveniente da quella nouvelle vague che è di tradizione in casa Garrel e un velo di mistero alla Hitchcock che inquieta e diverte allo stesso tempo.
Il film risulta veloce ma non frettoloso, sia nei tempi perché dura solo 75 minuti, tempi a cui il cinema odierno non è più abituato, sia nella sequenza delle azioni, che nei dialoghi.

Siamo a Parigi e nei primi minuti del film, Abel (Louis Garrel) sale le scale di casa e una voce fuori campo, la sua, ci racconta che da circa tre anni vive con Marianne (Laetitia Casta, sua compagna anche nella vita reale) e che, tutto sommato, conduce una vita serena. Varca l’uscio della porta d’ingresso e ad attenderlo c’è la donna di cui due minuti prima parlava con una certa tenerezza rassicurante e, in maximaglia blu, gambe nude e chiare, frangetta adolescenziale e viso angelico, gli dice, senza cadere nel melodramma né farsi troppi problemi, che è incinta, che il bambino in arrivo non è suo ma di Paul, amico di entrambi e che presto dovrà sgomberare casa perché si sposerà con Paul.

Qual è il tempo per accettare tutto questo e agire di conseguenza? Dieci giorni o poco più, e qui ritorna la velocità di cui prima si parlava. Abel, inverosimilmente, accetta la cosa con estrema civiltà, andando via come un cagnolino bastonato che quasi se lo aspettava di essere preso e lasciato in autostrada con tanto di auto che sfreccia senza badare ai sentimenti di chi si è lasciati sull’asfalto.

uomo fedele recensione

Sempre con quella velocità che alleggerisce tempi e dinamiche che nella vita reale sarebbero diverse, qualche inquadratura, due o tre battute e puff! Sono trascorsi quasi nove anni, Paul è passato a miglior vita, la sua sorellina Ève (Lily-Rose Deep, figlia del Deep internazionale), da sempre ossessionata dalla figura di Abel, è oramai cresciuta e c’è Joseph (Joseph Engel), figlio di Marianne e Paul (?) che con la sua estrema spigliatezza e la sua passione per il noir, innesca ingranaggi che mettono un po’ di pepe,  insaporendo la storia di una certa enigmaticità che a tratti svela, ad altri copre il “corpo del reato-non reato”.

Con un triangolo amoroso che prima ci riporta alla memoria Jules et Jim (1962) di F. Truffaut e Bande à part (1964) del discusso regista che prima si immerge nella leggerezza della nouvelle vague francese e poi la ripudia, che lo stesso Garrel, nel 2017, aveva interpretato nel film La redoutable (Il mio Godard) di Michel Hazanavicius e passando, poi, a somigliare a una surreale commedia alla Allen, Garrel ci fa riflettere, con leggerezza e un certo cinismo non incattivito, su vari temi: l’insoddisfazione di coppia, l’incapacità di assumersi le proprie responsabilità, la paura di perdere l’altro unita a quella di non essere all’altezza della situazione, il non saper scegliere e affidarsi all’assurdità del caso (emblematico il gesto di lanciare la monetina per decidere le sorti della propria vita e di quella altrui), la sfida che eccita e preoccupa, il desiderio che, quando è fine a se stesso, sfuma in un lampo, immergendoci in quell’attesa eccitante di quel Sabato del villaggio (1829) leopardiano e facendoci sorprendere da quella domenica che tradisce ogni nostra aspettativa.

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75 minuti divisibili in tre parti: la prima, brevissima, caratterizzata da un equilibrio illusorio, la seconda, che inizia con la confessione di Marianne e dura quasi tutto l’arco del film, è animata da un vorticoso movimento che prende i suoi personaggi e inizia a giocarci in modo spietato e sconsiderato fino a quando, stremati e vittime dei loro stessi errori, decidono di ristabilire un equilibrio più consapevole e maturo, allora entriamo nella terza parte con la caduta di Abel ai piedi di Marianne, lui che in fin dei conti è sempre stato fedele alla stessa donna la quale, col suo sguardo tagliente, ha manipolato con dolcezza dolorosa la sua vita sentimentale. Ci troviamo davanti ai cinque personaggi, quattro sopra e uno sottoterra, che con un gioco di gesti e sguardi, e questo è un film in cui spesso le linee si dettano tramite lo sguardo, si dicono: “Va bene, ora siamo pronti (forse) a riprendere il nostro posto”.

Articolo di Giusy di Nuzzo

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