Jojo Rabbit: quando hai come amico immaginario il nemico dell’umanità

Jojo Rabbit di Taika Waititi è un pezzetto di rara bellezza che tutti dovrebbero vedere.
Siamo in una casa della Germania del ‘45. Sotto il suo tetto convivono un bambino tedesco convinto di essere un nazista, una mamma che, con la sensualità di una fatina e la forza e l’idealismo di una partigiana, aspetta con amore i tempi di suo figlio e combatte quelli storici, una ragazzina ebrea intenzionata a restare viva, a mangiarsela quella vita e lui: un Hitler sui generis.
Attorno a questo nucleo, apparentemente inconciliabile e assurdo, ruota il “secondo” migliore amico di Jojo che ci riporta alla memoria il dolce boy scout Russell di Pete Docter e Bob Peterson in Up (2009), qualche tedesco “buono” e qualcuno “molto cattivo”, se vogliamo ridurre il tutto a una lista di buoni e cattivi come si faceva alle scuole elementari e rispettando, quindi, il film che è interamente girato dal punto di vista di un bambino.
Ma procediamo per gradi.

Jojo Rabbit nasce dalle pagine di un libro: Il cielo in gabbia di Christine Leunens. Taika Waititi riprende quelle pagine togliendo qualche anno al protagonista che non è più un adolescente ma un bambino di dieci anni.
Riprendiamo quel bambino: Jojo Betzler, interpretato dall’esordiente e bravissimo Roman Griffin Davis di cui sicuramente continueremo a sentir parlare. Jojo è biondo, ha occhi blu e pelle chiarissima, ma ha anche un sorriso buffo e una ferita sul viso, riducendo così quella perfezione che esige la razza ariana. Jojo arreda la sua cameretta da fanatico nazista, va in giro con una divisa militare, ci mette anni per superare il fatto che suo nonno non sia stato biondo con occhi azzurrissimi e ha un amico immaginario: Adolf Hitler. Ma Jojo non riesce a uccidere un coniglio, si gira dall’altra parte quando vede dei corpi senza vita esibiti in piazza, va in giro coi lacci delle scarpe sempre sciolti aspettando che la sua mamma glieli allacci, e sente le farfalle nello stomaco. Jojo è solo un bambino nato in un periodo storico molto confuso e poco educativo.

Contrapponendosi al periodo storico, il film di Waititi si copre della carica dei grandi romanzi di formazione, facendoci un po’ pensare a quel Pin de Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino (1947), ma da una fazione opposta. L’Hitler che troviamo qui non è quello dei libri di scuola, questo qui ci fa sorridere, persino ridere, quasi ci piace quando consola e rassicura Jojo, mangia unicorni, nuota in modo buffo e fa le sue uscite d’effetto dalla finestra.
La genialità di Waititi, che troviamo dietro la macchina da presa e davanti, proprio nei panni del Fuhrer, sta nel riuscire a turbare lo spettatore col sorriso. Si è seduti in poltrona, si ride “di” ma anche “con” l’Adolf che ci hanno sempre insegnato a combattere, ci si sente un po’ disorientati, aleggia un vago senso di colpa storico, poi però si realizza che quello non è il vero Adolf, è l’amico immaginario che tutti abbiamo avuto da piccoli. Per qualcuno è stato un coniglio, per altri un supereroe, per altri ancora un emarginato geniale. Se sei un bambino nato nella Germania degli anni della seconda guerra mondiale, può capitare che il tuo amico immaginario sia proprio un nemico dell’umanità: Adolf Hitler.

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Allora ecco che ci sentiamo più distesi e aspettiamo che Jojo capisca e, senza rendercene neanche conto, è una bravissima Scarlett Johansson, che veste i panni di Rosie Betzler, mamma di Jojo, che ci insegna quell’attesa amorevole e paziente.
Qui la Johansson è davvero meravigliosa, come lo è anche in Marriage Story (di Noah Baumbach, 2019). Entrambi i film candidati all’Oscar, in entrambi una candidatura per lei, in Marriage Story come attrice protagonista, in Jojo Rabbit come attrice non protagonista.
In tutti e due i film Scarlett Johansson è una mamma che deve proteggere il proprio figlio. I contesti e le motivazioni sono diversissime: nel film di Baumbach è una mamma che racconta e sente in prima persona, che deve proteggere suo figlio dalla fine di un matrimonio e dal calvario di un distacco emotivo e una quotidianità, è anche una mamma che deve spiegare al suo bambino che le cose belle possono finire, ma vale comunque la pena di viverle. Nel film di Waititi, invece, è una mamma vista dal punto di vista di suo figlio che lavora sottobanco per donargli un futuro migliore anche se lui ancora non lo sa e infatti, da mamma, chiede allo spettatore di aspettare che sia lui a capire, che con la velocità si può cadere nei peggiori sbagli. Ed è mamma anche per un’altra ragazzina: l’ebrea che le ricorda sua figlia. Qui, la Johansson deve spiegare che le cose brutte finiranno e quando succederà si potrà danzare.

Veniamo ora alla ragazzina ebrea nascosta in uno dei muri della casa di Jojo. Elsa, interpretata da una bravissima Thomasin McKenzie, è mistero, sofferenza e forza. Non è l’ebrea sottomessa che spesso viene rappresentata nei film e nei libri sul periodo nazista, è una che si prende gioco del nazismo, che lo inganna e lo combatte con fierezza e astuzia.
Elsa è il personaggio che si mette tra Jojo e il suo Hitler, è l’elemento inatteso che cambia le regole del gioco, che spinge Jojo alla riflessione più approfondita, portando questo piccolo bambino “ariano” a essere solo un bambino che vuole la sua mamma e che può dire parolacce, e quel “Vaffanculo” sarà la definitiva rassicurazione di cui lo spettatore aveva bisogno per togliersi il senso di colpa per aver riso con uno dei peggior nemici dell’umanità.

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Jojo Rabbit è un pezzetto di rara bellezza, ma questo lo avevamo già detto.
Waititi porta in scena un dramma variopinto e più si prosegue con la visione, più ci si rende conto che il regista neozelandese si è servito di battute e gag comiche (vedi il numero eccessivo di “Heil Hitler” pronunciato in una scena che è tutto tranne che comica) solo per fare arrivare il dramma dritto allo stomaco e senza preavviso, come un colpo d’arma da fuoco.
E molti sono i colpi di scena, velocissimo il passaggio da bellezza e delicatezza a brutalità disumana.
Alla fine del film siamo pronti a perdonare qualcuno, come il Capitano Klenzendorf, interpretato molto bene da Sam Rockwell, a capire che molto spesso le cose sono più complesse di quanto sembrano e ad accogliere tra le braccia Jojo per prendercene cura, perché alla fine è solo un bambino. E questa è solo la storia di un bambino che capisce da che parte voler stare e prende a danzare su quella parte che azzera le differenze e ci balla con quella che era la sua nemica e ora una ne(oa)mica. E ballano sotto le note di Heroes. David Bowie ci parlava del muro di Berlino, Waititi ci parla della fine di una guerra assurda.

We can beat them, for ever and ever
Oh we can be Heroes
just for one day

Articolo di Giusy di Nuzzo

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