La crocifissione de Il prigioniero coreano: cancellare ogni confine con la fuga nel blu del mare aperto

Il prigioniero coreano è il penultimo lavoro del controverso regista sudcoreano Kim Ki-duk, girato nel 2016 e distribuito nelle sale italiane a partire dal 12 aprile 2018 dalla Tucker Film.
Tutto il film si mantiene su un equilibrio dicotomico e si mostra attraverso un gioco di situazioni e immagini a specchio, che si risolveranno in un finale dal forte impatto emotivo e visivo.

Siamo dinanzi a un Kim Ki-duk diverso: più politico, ideologico, volto all’invettiva sociale, che abbandona il silenzio, il quale aveva caratterizzato quasi tutti i suoi precedenti film e si affida alla parola. Un Kim Ki-duk che, come è solito fare, scava nell’animo umano, nelle sue ossessioni e contraddizioni, ma che qui volge il suo sguardo anche al sistema sociale, alle costruzioni culturali e politiche che hanno fatto dell’umano qualcosa di disumano. In definitiva, siamo dinanzi a un regista più maturo che ha preso tutte le sue precedenti analisi speculative sull’esistenzialismo, il dolore del singolo, la ricerca di una qualche verità, anche se malata e ripugnante, e le mette in mezzo a un contesto reale che detta regole, pone confini e va a intaccare tutto un universo interiore, che già di per sé è impegnato a combattere la propria battaglia individuale.

Siamo nella Corea del Nord, Nam Chul-woo (un bravissimo Ryoo Seung-Bum) è un pescatore, marito e padre di una bambina e il film inizia proprio con il racconto di un momento quotidiano intimo.
Il punto di svolta, l’elemento scatenante lo abbiamo già nei primi minuti del film: Nam Chul-woo esce, come ogni mattina, sulla sua piccola barca. Un’azione, che ci appare di routine, viene spezzata da un guasto al motore della sua barca che lo fa sconfinare a Sud, evento che viene preannunciato dalla sentinella che sorveglia il fiume e quasi sembra minacciarlo prima ancora che succeda qualcosa.

Parliamo di “sconfinare” e sottolineiamo questo termine che sarà una delle linee guida di tutto il film, il quale pare essere gestito e mosso da un insieme di demarcazioni sociali, culturali e politiche. In effetti, ci troviamo nel complesso sistema della Corea del Nord, poi verremo catapultati in quella del Sud (sconfinandoci dentro per errore) e, ancora una volta in quello del Nord, subendo ogni conseguenza. A guidarci in questi spostamenti, che potremmo definire “invasioni”, sarà il protagonista del film, che verrà invaso, a sua volta, nell’intimità personale e vivrà tutto con un’estrema ingenuità, subendo torture fisiche e psicologiche, restando fermo nella sua idea di appartenenza a una comunità, cultura, stile di vita, mostrandoci, sul finale, quanto questo senso di appartenenza troppo rigido (che non ammette nessun cedimento ad altro) possa deludere e far arrivare a uno sfinimento che sfocia nella morte, intesa come ribellione e liberazione.

prigioniero coreano

Dunque, abbiamo due poli: un Nord totalitario e un Sud democratico. Una linea di confine e un pescatore che finisce, come uno dei suoi pesci, nella rete del “nemico”. Tutto sembra essere chiaro, delineato, avere uno schema facile da capire, eppure Kim Ki-duk, ad un certo punto, mischia le carte, attenua le linee di demarcazione, la rigida dicotomia che inizialmente sembrava essere senza nessuna remora e ci mostra le ombre di entrambi i poli.
Lo spettatore occidentale, portato istintivamente a “tifare” per il Sud democratico, di cui lo stesso regista è originario, viene “aggredito” da immagini che non hanno nulla a che fare con la vera libertà.

Partendo dalla stanza claustrofobica in cui viene messo, una volta catturato, Nam Chul-woo, subito accusato di essere una spia proveniente dal Nord, una telecamera (che pare ricordarci “l’occhio” di uno noto programma trash made in Italy, ma qui chi viene ripreso, non vuole dare spettacolo, ma ritornare nella sua tranquilla ombra) che segue ogni suo movimento con un attaccamento morboso alla The Truman Show (1998).
L’insistenza a voler far disertare Nam Chul-woo, pensando di “salvarlo” da una vita che lui non ha alcuna intenzione di lasciare, ci mostra, in modo chiaro, la tirannia che una democrazia può nascondere tra le sue pieghe di felicità e libero arbitrio. Emblematica è la scena in cui il protagonista, tra la folla multicolore di Seul, tiene gli occhi chiusi “per non vedere”, per non tradire quello che sente di essere nel bene e nel male e, guarda caso, appena aprirà gli occhi, la prima cosa che noterà sarà un orsacchiotto di peluche che gli riporterà alla memoria quello malandato della sua bambina, che lei preferirà a quello in vetrina: più ammiccante, ma lontano dal mondo che le è familiare.

Altra scena che aggredisce lo spettatore, tifoso della parte democratica, è quella della prostituta che viene picchiata dagli uomini per cui lavora, che prende ad essere un’immagine che schiaffeggia l’idea di “libertà sessuale”.
Il regista ci mostra la faccia di un Paese con una libertà illusoria, che non garantisce felicità, come viene sottolineato da Oh jin-woo (Lee Won-geun), guardia che ci tiene a definirsi “protettore” di Nam Chul-woo e che, in effetti, cerca di proteggere fino alla fine: “Più forte è la luce, più grande è l’ombra. La libertà non garantisce felicità”.

prigioniero coreano

Sarà proprio il rapporto di fiducia ed empatia che si instaurerà tra il protagonista e il suo protettore ad assottigliare quel ridicolo confine tra i due poli, a mostrare due semplici persone con differenze culturali, ma che parlano la stessa lingua: quella dell’umanità e della compassione.
Questo confine ritornerà nuovamente, in modo ribaltato eppure uguale, quando finalmente nam Chul-woo ritornerà a Nord pensando di essere libero, invece riparte tutto daccapo: stesse torture, la falsità di uno Stato che predica l’allontanamento da una vita capitalista e, dietro le quinte, si spartisce i soldi rubati dalle feci di un cittadino, scena che sembra voler comunicare un’invasione totale nel privato, fino ad arrivare alle viscere di un uomo.
Su un cartello, mentre ritorna a casa, il povero pescatore che oramai sente di aver perso pezzetti di sé ovunque, legge: “Bentornato al compagno Nam Chul-woo, che ha rifiutato le tentazioni capitaliste”.

Ma cosa è rimasto di quel Nam Chul-woo? Quasi nulla. Né un marito che desidera sua moglie, né un pescatore. Forse un padre che cerca di aggiustare un giocattolo, proveniente da quella Terra fatta di tentazioni, per sua figlia, un uomo che cerca di aggiustare qualcosa per sentirsi ancora in grado di mettere in ordine la sua vita. Ma qualsiasi ordine possibile è stato scaraventato fuori da ogni linea, schema, griglia.
Nam Chul-woo non sa più da che parte stare, si chiede, in un silenzio soffocato, se davvero esista una parte e un’altra, se davvero tutto quello che ha vissuto abbia avuto senso.
Ogni risposta possibile, lo spettatore la trova in un finale amarissimo, che lascia, però, un senso di tragica salvezza.
Nam Chul-woo rifiuta ogni confine, straripa a destra, a sinistra, sotto, sopra, di fianco e in obliquo. Si lascia andare sulla sua barchetta, in mare aperto. Da lontano sembra quasi un Cristo che è stato messo in croce.
Ora è libero e sa che “la libertà non garantisce felicità”.

Articolo di Giusy Di Nuzzo

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