La mia vita da Zucchina: temi adulti e anima bambina

Zucchina è molto di più di un ortaggio, è un bambino che disegna sulle pareti della sua stanza vuota, fa volare un aquilone con la raffigurazione di quello che ricorda di suo padre “inseguitore di pollastre”, costruisce piramidi con le lattine di birra che sua madre beve durante tutto il giorno. È un bambino come tanti, ma conserva nei suoi occhi tondi la sofferenza dei “pochi”, dei “messi al margine” da una qualche normalità affettiva. È un personaggio che rimanda un po’ all’Antoine Doinel truffautiano nella fase de I 400 colpi (1959) che vive con sua madre, ma che viene lasciato a sé stesso.

Zucchina cerca di difendersi dalle durezze della sua vita, ma lo fa con l’ingenuità e la spontaneità dei suoi anni. Si rifugia mestamente nella sua stanza, ma poi utilizza ludicamente lattine di birra, simbolo chiave delle disattenzioni materne, come se fossero costruzioni. Insomma, c’è il dramma ma è ben misurato, si avverte la sofferenza, ma non cade mai in un furbo escamotage strappalacrime e, infatti, la bellezza di questo grande/piccolo film d’animazione sta proprio nella misura impeccabile delle emozioni, non ci sono eccessi inutili, sbavature fastidiose, ma solo sincerità. È il punto di vista di un bambino, lo sguardo spontaneo sul mondo e sulle sue brutture, sono gli occhi di chi avverte la sofferenza come un sentire, ma non ha ancora la coscienza per assorbirla come un dato di fatto senza via di ritorno, come una constatazione ragionata ed è, proprio per questo, che riesce a seguire una prospettiva di speranza.

claude barras zucchina

All’origine dell’opera dello svizzero Claude Barras, candidata agli Oscar del 2017 nella sezione “Miglior film d’animazione”, vinto poi da Zootropolis di Rich Moore e Byron Howard, c’è l’omonimo libro di Gilles Paris uscito in Francia nel 2002 come Autobiographie d’une courgette (e già diventato film con attori in carne e ossa nel 2007: C’est mieux la vie quand on est grand, di Luc Béraud). Nel 2008 Barras, disegnatore di fumetti poi passato all’animazione, ottiene i diritti per una versione animata e l’incontro con la regista/sceneggiatrice Céline Sciamma sarà determinante ai fini della concretizzazione dell’opera.
La trama è semplice e anche abbastanza secondaria, perché quello che davvero è importante di questo film sono i messaggi e il modo in cui vengono veicolati, con estremo pudore e una durezza che va ad ammorbidirsi, generando un fantastico gioco di luci e ombre che affascina, rapisce ed emoziona lo spettatore al quale si chiede di scavare a fondo in un’emotività intima, umana, puerile e adulta allo stesso tempo.

Icare, che si riconosce come Zucchina (soprannome datogli da sua madre), ha nove anni, vive l’abbandono di suo padre, rimpiazzato dal disegno su un aquilone e dopo la morte di sua madre, provocata involontariamente da lui stesso, viene mandato in una casa famiglia. Durante la trafila di indagini, necessarie per chiarire i fatti sulla morte della madre di Icare, il poliziotto Raymond stabilisce un legame con il bambino, che coltiverà nel tempo, fino a diventare qualcosa di salvifico per entrambi.
Nella casa famiglia, Zucchina entra in contatto con altri bambini, con i loro trascorsi e sembra quasi “prestare” il suo sguardo allo spettatore che cade in quei quattordici occhi tondi in cerca di qualcosa, occhi che somigliano a quelli degli orfanelli burtiani narrati in Big Eyes (2014): persi e profondissimi.

la mia vita da zucchina

Le storie di Simon, Camille, Alice, Ahmed, Beatrice e Jujube aprono a un universo nato dall’unione della sfera emotivo/personale e collettivo/sociale. Sono storie che “servono” per parlare di diritti umani, che aprono, più specificamente, la scomoda e delicata questione sui diritti dell’infanzia e sulla negazione di quest’ultima, con un taglio introspettivo e personale. Si affrontano diversi temi: violenza domestica, abuso sui minori, abbandono, immigrazione, solitudine, dipendenza da droga e alcol, inadeguatezza profonda verso i sentimenti. Tutti argomenti forti, ma maneggiati con una profonda leggerezza che toglie gli eccessi e dona poesia e momenti divertenti (soprattutto quelli collegati alle domande rivolte alle prime curiosità sull’universo sessuale, al quale i sei bambini approdano in modo spontaneo e simpatico, con un’irresistibile ingenuità di fondo che riporta, anche lo spettatore più malizioso, a una tenerezza infantile disarmante).

Dunque un film, girato con la tecnica di animazione stop motion, che dietro la sua forma semplice, colorata e sintetica cela un’anima semplice e complessa allo stesso tempo. La mia vita da zucchina ha, infatti, la semplicità essenziale che ritroviamo nei bambini ancora lontani dalle complesse logiche degli adulti, ma anche la complessità delle disarmonie che vanno a intaccare una certa linearità, provocando interruzioni che si risolvono alla meglio con l’improvvisazione, con la trasformazione in nuove forme, volte a nuove direzioni.

Nel finale, questo meraviglioso film, che per circa sessanta minuti ci ha fatto sorridere, piangere e messi in comunicazione con la nostra parte più intima, mostra il suo gusto agrodolce quando da un lato si apre la prospettiva di speranza per Icare, Camille, la bambina verso cui il protagonista prova un sentimento di tenerezza, e Raymonde, che è oramai adulto ma, esattamente come quei bambini della casa famiglia, vive similmente l’abbandono e dall’altro si resta chiusi in un limbo di attesa, ricerca, anelito d’amore che, però, viene ammorbidito da un messaggio di speranza: Camille e Icare non hanno dimenticato gli altri e quello in cui loro sono rimasti è sì un surrogato di una vera casa, di una vera famiglia, ma conserva ancora un residuo di tenerezza, di amore e “rimembranza”.

È un posto dov’è nata una nuova vita: Antoine, attorno al quale si generano tutti quei “nemmeno” importantissimi ai fini del messaggio che si trova alla base del film. Antoine non verrà abbandonato, “nemmeno se è bruttissimo, nemmeno se puzza di popò, nemmeno se piange sempre, nemmeno se fa pipì a letto, nemmeno se è asino a scuola, nemmeno se non ricorda il suo nome e gli puzzano i piedi…” sono tutte opzioni assurde, infantili, eppure, nella loro semplicità, aprono uno squarcio anche nell’animo del più duro degli spettatori che si lascia guidare da quella malinconia di un’attesa di attenzioni e amore, da quelle voci puerili che pian piano vengono sfumate e prendono ad essere coperte da quella soave della cantante e musicista svizzera Sophie Hunger che ci regala una tenera e nostalgica versione della Le vent nous portera dei Noir Désir.

Il vento muoverà qualcosa, bisogna solo essere pronti, non restare troppo fermi nella rigidità delle proprie paure e lasciarsi condurre dalle emozioni, come del resto ci dice anche il testo francese che accompagna i titoli di coda:

Je n’ai pas peur de la route
Faudrait voir, faut qu’on y goûte
Des méandres au creux des reins
Et tout ira bien
Le vent l’emportera…

(Non ho paura del cammino
vedremo, bisogna fare ciò che si vuole
nelle profondità delle emozioni
e tutto andrà bene
il vento ci guiderà…)

Articolo di Giusy Di Nuzzo

 

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