The Shape of Water: una favola sulle diversità

Dopo Venezia, il messicano Guillermo del Toro, abbatte i “muri” che qualche politico vuole alzare e stravince anche in America, aggiudicandosi il Premio Oscar come miglior film, regia, scenografia a Paul D. Austerberry, Jeff Melvin e Shane Vieau e colonna sonora a Alexandre Desplat, con il suo La forma dell’acqua (The Shape of Water).

The Shape of Water sembra essere immerso in un certo realismo magico che affonda le sue radici letterarie proprio nella Terra di origine del regista. Infatti, ci troviamo dinanzi a una meravigliosa favola impregnata di temi realistici: l’emarginazione, l’omofobia, il razzismo, le tensioni tra Russia e America durante la Guerra Fredda.
Siamo a Baltimora ed è il 1962, Elisa (Sally Hawkins) lavora come addetta alle pulizie in un laboratorio governativo dove vengono effettuati esperimenti volti a contrastare la Russia.
Fin da subito, la voce narrante, che rimanda a quella di un nostalgico e romantico cantastorie, ci svela la vera identità della protagonista: è una principessa senza voce. Non è bellissima, non ha lunghi capelli fluenti, né una “voce” ammaliante, infatti è affetta da mutismo, ma possiede due occhi che sanno comunicare dolcezza, grazia e, quando risulta necessario, coraggio e ribellione.
Elisa ci appare chiusa nel suo mutismo, nella sua diversità, nelle sue abitudini quotidiane ed è, forse, proprio questo a renderla affascinante e a darle un tocco di magia. Nel suo esile corpo e nelle sue espressioni facciali racchiude il non detto, il sospeso, il segreto. Ha qualcosa dell’aura “favolosa” dell’Amélie di Jeunet, ma appena sporcata di un onirico più introspettivo e profondo che si avvicina all’Edward di Burton. Quell’onirico che è tipico del cinema di Guillermo del Toro, che qui si fonde col fiabesco e, paradossalmente, col reale.

la forma dell'acqua

L’elemento dell’acqua è il filo rosso di tutta l’opera, ma soprattutto sembra legarsi, come nell’antica leggenda cinese, al mignolo della mano sinistra della protagonista che, come ricorda la sua amica e collega di lavoro Zelda (Octavia Spencer), è un’orfana trovata in un fiume. La vediamo farsi il bagno e lasciarsi andare, nella sua vasca, a momenti di autoerotismo che suscitano quasi più tenerezza che sensualità, seduta in autobus assistiamo al gesto di togliersi il cappello, appoggiarlo al finestrino irrigato all’esterno da gocce di pioggia e posarci delicatamente l’orecchio, gesto che fa quasi pensare al gioco che si fa da bambini: quello in cui ci si accosta a una conchiglia per sentire il fruscio prodotto dalla spirale, il quale ricorda il rumore delle onde del mare. Elisa è, dunque, qualcosa di umano che rimanda al mondo marino, alla magia di un mondo sott’acqua dove non serve la voce, ma conta il fluttuare dei gesti, dove tutti i rumori sembrano attutirsi e diventano qualcosa di avvolgente che si apre quasi in un eco lontano. Quel filo rosso attraversa l’elemento acquatico, che diventa anche una scelta visiva con il predominare degli azzurri e dei verdi, e la condurrà fino al suo uomo anfibio.

la forma dell'acqua

Elisa condivide la sua vita con pochi: il coinquilino gay Giles (Richard Jenkins), un uomo di cinquantasette anni che indossa un parrucchino, mente sulla sua età e tende a non dire molto sulla sua omosessualità perché non sono tempi “giusti” per quelli come lui. Sensibile e chiuso, esattamente come Elisa, nella sua diversità. Cerca calore umano, sogna di averlo trovato in un bar-pasticceria. Colleziona torte in frigo che non piacciono né a lui né a lei, solo perché gli piace chi gliele serve, ma ben presto il pregiudizio lo manderà fuori da quel bar-pasticceria “per famiglie”. No, non c’è posto per “quelli come lui” e Giles, nonostante la sua indole pacata e gentile, compie il gesto ribelle di pulirsi la lingua dai residui di quella torta che dal sapore dolce si è trasformata in qualcosa di amaro e disgustoso.

L’amica e collega di lavoro, l’afroamericana Zelda che, proprio per il colore della sua pelle, in quegli anni ’50-’60 americani, viene spinta nella cerchia dei “diversi” come sottolinea il colonnello Richard Strickland (Michael Shannon) che rappresenta “la norma”, quello che è l’America di quegli anni col suo aspetto, la sua famiglia e la sua posizione sociale e si autodichiara più vicino a Dio, di quanto possa esserlo lei, e non è di certo un caso che sarà proprio lui a torturare l’emblema della diversità (l’uomo anfibio).
Zelda capisce i segni di Elisa, ogni gesto nei suoi confronti rimanda al materno. Nei dieci anni di amicizia ha imparato a leggerne gli sguardi, anche quelli più sfuggenti. Le due sembrano comunicare anche senza necessariamente sprecare fiato, tornando a un capirsi elementare, quasi primitivo.

A questa cerchia dei “diversi” si aggiunge lui, diventando un po’ il simbolo per eccellenza della diversità, questa creatura che esula dalla normalità (se in questo contesto è ammesso un termine simile). Un anfibio (Doug Jones) che irrompe nella vita di Elisa, smuovendo le acque della sua routine dagli stessi umori e sapori.
Elisa si avvicina con delicatezza a questa creatura che accende in lei una strana curiosità che si trova a metà strada tra il gioco di una bambina e la curiosità di una donna. Inizialmente utilizza delle uova per avvicinarsi a lui. Piccole uova che tracciano una linea di unione tra i due, che pian piano accorciano le distanze, fino a farli sfiorare.

la forma dell'acqua

La principessa senza voce, chiusa nella sua bolla di apparente incomunicabilità, trova in lui qualcosa di diversissimo da lei eppure uguale. Rivolgendosi a Giles, nella sua lingua dei segni, dirà, in uno dei dialoghi più emozionanti dove la straordinaria Sally Hawkins riesce a comunicare, pur non parlando, tutta la frustrazione del suo personaggio: “Io cosa sono? Muovo la mia bocca, come lui. Non emetto alcun suono, come lui. Cosa sono? Dimmi! Tutto ciò che sono sempre stata mi ha portato qui da lui” ed ecco che, quel filo rosso della leggenda cinese trova l’altro mignolo a cui era destinato a unirsi e poco importa se questo ha mani che ricordano di più delle pinne.

Ma, come ogni favola che si rispetti, al protagonista deve essere anteposto un antagonista e, come già si accennava su, questo è il colonnello Richard Strickland, il quale tortura questo anfibio, che più volte definirà mostro proprio perché è la chiara rappresentazione fisica di quanto ci sia di più lontano dalla norma di cui lui si pone come portavoce ufficiale. Non gli basta torturarlo, rivolgergli parole di odio, vuole vivisezionarlo, fino a smembrarlo per vedere ciò che non capisce di lui, che non capirà mai perché troppo chiuso nella sua visione.
Poco importa, come in ogni favola che si rispetti, la principessa e il suo principe riusciranno a superare ogni ostacolo. Elisa amerà, proverà emozioni che prima di allora non aveva mai condiviso con nessuno e nonostante qualche dettaglio black (che ci fa anche sorridere, nonostante la brutalità), del Toro ci regalerà un lieto fine degno delle favole che ci leggevano da bambini.

Molto bella ed emblematica la scena in cui Elisa trova l’uomo anfibio in una sala cinematografica completamente vuota, se ne sta in piedi davanti al grande schermo, perso e insieme ritrovato, come se si aprisse a una dimensione altra, quella in cui esiste la possibilità di ogni vita come la si vuole, dove ogni stranezza è ammessa, dove non esistono confini invalicabili e dove la storia d’amore tra una donna muta e un uomo anfibio può risultare credibile ed emozionare e, letta così, questa scena potrebbe essere la rappresentazione di un metacinema e collegarsi bene alle parole che il regista ha pronunciato con la statuetta in mano: “Io sono un immigrato, come molti di voi. E negli ultimi venticinque anni ho vissuto in un paese tutto nostro. Una parte è qui, una parte è in Europa, una parte è ovunque. Perché la cosa più importante che fa il nostro settore è cancellare le linee di confine, quando il resto del mondo vorrebbe renderle più profonde. Dovremmo continuare a sentirci così invece di costruire muri. Il luogo in cui amo vivere di più è la Fox Searchlight perché hanno creduto nella favola dell’amore tra un anfibio e una donna muta. Mia madre, mio padre, i miei fratelli, li ringrazio tutti”.

Recensione di Giusy Di Nuzzo

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