Sulla mia pelle: un film epidermico

“Prima di salire in casa di mia madre ho riordinato le carte su cui stavo lavorando, ho spento il computer e la luce, ho chiuso a chiave la porta dello studio di papà. In ascensore mi chiedevo cosa potesse essere successo, ma non trovavo risposte. Mia madre era stata perentoria, «Sali subito!», ma non mi era parsa agitata. Arrivata sul pianerottolo, sono entrata e me la sono trovata davanti. In piedi, la faccia di pietra.
«Che c’è?» ho domandato.
«Stefano è morto», ha risposto”.

La citazione, tratta dal libro di Ilaria Cucchi intitolato Vorrei dirti che non eri solo, serve per introdurre il film Sulla mia pelle, che racconta appunto gli ultimi sette giorni di vita del fratello Stefano Cucchi. Il film del regista romano Alessio Cremonini è stato presentato in anteprima il 29 agosto 2018 nella sezione Orizzonti della 75ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, aprendone i battenti.

sulla mia pelle

Come ci si poteva aspettare, è stato un film che ha dovuto farsi spazio tra le polemiche, nate sia in ambienti istituzionali, perché racconta un fatto giudiziario ancora aperto, sia in quelli della distribuzione, affidata in contemporanea a Lucky Red e alla piattaforma Netflix. A causa di questa insolita scelta bilaterale, il film ha dovuto fare i conti con un ambiente ostile, probabilmente preoccupato dal sempre più potente mezzo di distribuzione online. Basti pensare che in una città come Roma, dove il cinema è particolarmente sentito e, soprattutto, è la città di Stefano, su 66 sale solo 7 hanno deciso di accogliere Sulla mia pelle.

Proviamo ora a ripercorrere velocemente la vicenda di quello che oramai è diventato “Il caso Cucchi”. Stefano Cucchi era un ragazzo romano del quartiere Casilino che, dopo anni di tossicodipendenza, provava a rimettere in sesto la sua vita lavorando presso lo studio del padre geometra. La notte del 15 ottobre 2009 viene arrestato dai carabinieri perché in possesso di 21 grammi di hashish e di alcune pasticche, con l’accusa di detenzione e spaccio. Dopo una settimana, inspiegabilmente, Stefano muore e le cause del decesso sembrano seguire direzioni poco chiare.

Cremonini apre il film partendo dalla fine: un medico del reparto protetto dell’ospedale Sandro Pertini di Roma cerca di svegliare Stefano ma trova oramai un corpo senza vita. Da qui, il film fa dei passi indietro e ripercorre, con una scansione documentaristica, spogliata di qualsiasi aspetto poetico e drammaturgico, l’ultima settimana del trentunenne romano.
Vengono scanditi i passaggi con date, luoghi e ore ben precisi, guidando lo spettatore verso un andamento puntuale, forse troppo, consegnando la sintesi della miriade di verbali che il regista, in un’intervista, dice di aver letto insieme alla sceneggiatrice Lisa Nur Sultan.
Sulla mia pelle diviene così una sorta di docu-film che lascia poco spazio a quella che potrebbe essere un’analisi emotiva ed è più deciso a seguire una ricostruzione dei fatti.

La forza e la debolezza di questo film risiedono nello stesso nocciolo, ovvero in un andamento misurato e cauto (talvolta eccessivo) e nel non uscire dai bordi di un disegno che vuole mostrare con un certo rispetto, senza prendere il sopravvento su qualcosa di troppo intimo che ha potuto conoscere solo il vero protagonista della vicenda. Di conseguenza, è un film “epidermico”, non volto a condannare o santificare ma solo a raccontare, servendosi di una sceneggiatura e una scenografia volutamente scarne.

Stefano non viene mitizzato, Cremonini non è interessato a innalzarlo a martire, lo umanizza, mostrando le sue debolezze, i suoi errori e i torti subiti. Gli uomini in divisa e i medici non vengono condannati. Il regista ne mostra sbagli e atteggiamenti omertosi, ma in modo quieto, forse proponendo una riflessione molto più profonda e rivolta a tutti, nessuno escluso, quasi come se ci chiedesse: “E voi cosa avreste fatto?”

sulla mia pelle
Sono pochissime le scene in cui il regista oltrepassa la pelle livida e tumefatta e si spinge più in profondità. Forse sono tre i momenti in cui il regista decide di trapassare la pelle e arrivare alla pancia, allo stomaco, al cuore. Il primo vede l’abbraccio tra Stefano (un Alessandro Borghi bravissimo ed emaciato, che prende qualcosa dal Vittorio di Non essere cattivo di Caligari, ma ancor di più fa sparire se stesso e chiunque altro per lasciar spazio a Stefano, imitando le sue movenze e la sua voce in modo impressionante) e il padre (Max Tortora), con il primo che sembra sgretolarsi sul petto del secondo, che a sua volta accoglie in modo incredulo e spaventato il figlio, intontito dalle domande che si sta ponendo silenziosamente.

Il secondo momento vede la primissima ribellione di Stefano, quando riesce a uscire dalla bolla omertosa di cui è stato il primo creatore e urla la sua verità alla guardia carceraria di turno. Il terzo momento, forse quello più duro a livello emotivo, è racchiuso nei dialoghi con Marco, compagno della cella adiacente alla sua. I due non si vedono mai, ma si parlano, l’uno cerca nell’altro quel disperato bisogno di contatto umano e l’ultimo dialogo avrà un gusto amaro e strozzato. Stefano chiama Marco, ma lui non risponde, forse dorme, forse non c’è, non ci è dato sapere, l’unica cosa che ci arriva è un ultimo bisogno che viene lasciato muto e l’apertura a una solitudine dilaniante.

sulla mia pelle

Sulla mia pelle non è un film chiassoso. La rabbia che sprigiona è silenziosa, come se certe reazioni anziché caricarle sugli attori venissero lasciate agli spettatori che, seduti su una poltrona di una sala buia, più volte sentono l’esigenza di chiedere giustizia, di scuotere Borghi/Cucchi per farlo uscire dalla sua omertà controproducente che prende le forme della paura e della sfiducia, di urlare contro chi parla di assurde regole burocratiche e cercare risposte altrove, oltre la comprensione, oltre le parole inutili.
È un film che non strumentalizza un fatto di cronaca e sarebbe stato molto facile cadere in questo tranello, ma forse subisce proprio questa paura e resta molto cauto, non prendendo una posizione in modo deciso, probabilmente perché le indagini sono ancora inspiegabilmente in corso, o perché vuole assumere la forma del carattere remissivo di Stefano, o ancora, perché vuole essere un film che chiede a ognuno, nessuno escluso, di caricarsi le proprie responsabilità: a chi deve parlare, a chi deve ascoltare, a chi deve capire senza aspettare che l’altro parli, a chi non deve utilizzare il proprio potere in modo meschino, a chi assiste da spettatore e si lancia in giudizi precoci.

stefano cucchi

Chiudiamo questo articolo nello stesso modo in cui avevamo iniziato, ovvero con le parole di qualcuno che questa vigliacca vicenda ce l’ha scolpita sulla propria pelle, appunto.

“Il punto è che Stefano non doveva morire. E noi, la sua famiglia, dovevamo essere informati di quello che stava accadendo durante la sua detenzione, invece di essere sbattuti inutilmente da un ufficio all’altro, in cerca di notizie che non sono mai arrivate. Stefano doveva avere un avvocato di fiducia, e doveva poterlo incontrare quando l’ha chiesto. Non doveva essere picchiato. E doveva essere curato e alimentato, non ridotto nelle condizioni in cui l’ho visto nella camera mortuaria.
Tutto questo non ha niente a che vedere con i motivi per cui si trovava in galera, né con il rispetto della legge. Anzi sì, ha a che vedere con le leggi che sono state violate da parte dei responsabili della sua morte; e con prassi tollerate in barba a norme e regolamenti, per cui le esigenze e le richieste di un tossicodipendente magari anche un po’ rompiscatole non contano niente. Ma i diritti vanno garantiti a tutti, anche all’ultimo degli ultimi”.

Articolo di Giusy Di Nuzzo

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