Travis di Taxi Driver: il portavoce di una generazione disillusa e confusa

Taxi Driver (1976) nasce dalla penna dello statunitense Paul Schrader, regista e sceneggiatore sensibile ai temi della solitudine, del senso di colpa e di un possibile riscatto. A dar movimento alle parole di Schrader sarà il regista Martin Scorsese, di cui non necessitano particolari presentazioni.
In questo articolo si parla di Taxi Driver, ma non solo. La decostruzione del film, infatti, avviene delineando un parallelismo insolito con un altro capolavoro: Ladri di biciclette.

Taxi Driver è un film che dal particolare si apre al generale e, secondo la logica che era anche quella del Neorealismo italiano, in cui il singolo diviene veicolo per raccontare una condizione generale. Il Travis (Robert De Niro) di Schrader/Scorsese viene utilizzato allo stesso modo dell’Antonio Ricci (Lamberto Maggiorani) di De Sica/Zavattini/Bartolini in Ladri di biciclette (1948). Sono indubbiamente due personaggi diversi per tempi e contesti, ma entrambi “servono” per parlare di una condizione storico-esistenziale-generazionale. Abbiamo loro due, ma potrebbero essere chiunque altro. Sono un quasi-attacchino comunale e un tassista, reduci da due guerre, ma potrebbero svolgere qualsiasi altro mestiere, avere qualsiasi altro nome. Nel primo caso lo scenario sarà quello di un’Italia post seconda guerra mondiale, nel secondo abbiamo una periferia newyorkese piena di insegne luminose che spengono ideali e mostrano la sporcizia di una metropoli reduce da falsi ideali di libertà, smascherati dall’atrocità consequenziale alla guerra in Vietnam.

antonio ricci

Se da un lato abbiamo una disperazione più consapevole e speranzosa, quella di Antonio Ricci, che cerca di trovare una risposta razionale e ottimista ai suoi (che sono quelli di tutti) problemi, dall’altra ne abbiamo una che sfocia in tutta una serie di squilibri psicologici portati da una violenza molto più sottile e insidiosa.
Un elemento che distanzia di parecchio i due personaggi, veicoli di due generazioni, è quello della solitudine, che diviene un po’ la cifra per leggere il film di Scorsese. Il neorealista Antonio Ricci si scontra con le difficoltà del tempo, le forze dell’ordine che non lo aiutano a risolvere i suoi problemi di “singolo”, si pone domande sul senso della sua vita, ma è anche circondato dall’amore di una moglie e di un figlio che, nello spirito di quegli anni, rappresentano l’ideale dell’unione e del calore che si cerca nella famiglia, in un tempo così freddo e ingiusto. In Taxi Driver tutto questo non c’è. Il processo di individualismo, di cui vari teorici hanno tanto parlato, qui è lampante.

Travis è un ex marines che porta ancora le cicatrici della guerra in Vietnam. Ne vediamo alcune sul suo corpo (nella scena, a torso nudo, in cui si allena e poi si getta sul letto), ma ancora più evidenti sono quelle interiori, che lo portano ad avere problemi di insonnia, motivo per cui inizia a fare il tassista di notte, come sappiamo già dalle prime battute del film. Travis è solo uno dei tanti giovani americani delusi da una nazione che li ha condotti in Terra straniera con falsi ideali e ideologie, che si sono tradotte in chiari fini meramente espansionistici. Una guerra persa e come ogni guerra, sbagliata, ma professata come giusta.

travis taxi

Se Francis Ford Coppola, nel suo riuscitissimo Apocalypse Now (1979), ci mostra i cieli vietnamiti infuocati dalle artificiali esplosioni belliche, confuse e confluite in un tramonto di un luogo ancora quasi del tutto libero dall’artificio umano, animando tale visione con la storica The end dei The Doors che recita: “The West is the best/ The West is the best” quasi come per restituire l’insensata necessità di adrenalina per sferrare il prossimo colpo, in un’assurda voglia americana di potere, che poi si ripiegherà su se stessa. Coppola ha quasi fatto giungere alle nostre narici quell’odore di napalm che il colonnello Kilgore (Robert Duvall) associa alla vittoria. Ecco, Travis è un giovane che torna da quel delirio, non ci è morto saltando su una mina, non mentre leggeva la lettera di sua madre. Torna. Ma come? Con quali credenze? Con quali resti di ideali?
Lui non ne nasconde i lati negativi, ma vuole ancora credere nella sua America e infatti cerca subito di reinserirsi, trovando, però, una società che non gli presta attenzione, presa a correre chissà dove.
Vediamo la cinepresa che si muove dal tassametro, scandendo i chilometri, ai semafori che scandiscono i suoi tempi, agli occhi stanchi e smarriti del protagonista, fino a giungere ai passanti: tante vite che incrocia distrattamente, facendone risaltare qualcuna di tanto in tanto. Osserva la follia che anima le strade periferiche della Grande Mela, venendo spesso coinvolto in assurde situazioni di prostituzione minorile, tradimenti, minacce di omicidi e rapine a mano armata.

In tutta questa melma, scorge una figura femminile eterea: quella di Betsy (Cybill Shepherd) e si convince che lei sia diversa, ma è chiaro che è tutta una sua idealizzazione, la sente vicina a lui perché ha bisogno di non sentirsi solo. Travis, dopo essere riuscito a strapparle un appuntamento serale, la porterà in un cinema a luci rosse scatenando le ire di lei. È chiaro che lui non vede una stranezza nel suo gesto che rientra in una sua routine. Meta fissa di notte, quando termina il suo turno lavorativo, quel cinema diviene l’ennesimo escamotage per distrarsi dalla sua insonnia, per stancarsi, ed è talmente alienato che un porno appare ai suoi occhi come un qualunque film da proporre per una serata romantica.

betsy taxi

Il consequenziale rifiuto di Betsy ad ascoltare ogni giustificazione di Travis, che oramai è stato catalogato da lei nella schiera di quelli da evitare, farà scattare qualcosa nella mente atrofizzata del protagonista: compra una pistola e annuncia un cambiamento di cui neanche lui è conscio.
Sono giorni di propaganda politica, la stessa Betsy lavora per il senatore Palantine (Leonard Harris) e Travis, pur non capendo assolutamente nulla di politica, si convince che Palantine sarà il suo obiettivo sacrificale, lui che rappresenta quel Paese, le istituzioni che lo hanno condotto ai suoi malesseri, al suo sentirsi al di fuori di ogni sfera sociale e da qui notiamo tante piccole ribellioni inconsapevoli (come quella di dare un nome falso all’uomo dei servizi segreti che lavora per il politico in questione. Gesto che fa pensare a un’irriverenza sbeffeggiatrice).

Travis sa che deve fare qualcosa per uscire dalla sua inettitudine, ma non sa bene cosa. Ce l’ha con il suo passato che ha vissuto come unica scelta da eseguire? Con Betsy che lo ha rifiutato? Con Palantine che, in un discorso di propaganda, recita Whitman, simbolo di uguaglianza, per nascondere le diseguaglianze che la politica si porta inevitabilmente dietro? Con se stesso, mentre si guarda allo specchio e recita la famosa improvvisazione portata da De Niro “Ma dici a me? Ma dici a me?”, ripresa anni dopo da Mathieu Kassovitz, in una scena de La Haine (1995), che fa dire le stesse parole a Vincent Cassel? Con la sporcizia che ogni notte vede sui marciapiedi ebbri di vita che puzza di morte?
Non lo sa, Trevis avverte solo un malessere ma non ne sa dare una forma, un colore, un nome, un’identificazione logica. Lui sente, non sa. E, proprio in questo sentire confuso e disconnesso, sembra che stia per fare un colpo di stato, ma poi cambia direzione e diviene “eroe controverso dei piccoli emarginati”, salvando la minorenne Iris (una giovanissima Jodie Foster) da un futuro di prostituzione. Con Iris, che conserva nel suo sguardo l’innocenza di una bambina che parla di segni zodiacali per spiegare le dinamiche complesse dei rapporti umani e la malizia di una donna che sa chiedere che tipo di prestazione sessuale si vuole da lei, cerca di instaurare un vero contatto umano, ma ancora una volta sembra ricercare se stesso, il suo disperato bisogno di contatto umano, nell’altro.

Viene da chiedersi se davvero Travis voglia salvare Iris o se stesso e in una carrellata che mostra il sangue e le conseguenze degli squilibri del protagonista, la domanda finisce per chiudersi in un’immagine ad impatto fortissimo, che svela una risposta dalle molteplici chiavi di lettura: Travis, seduto sul divano, con la mano destra che impugna ancora la sua pistola, all’arrivo della polizia che gli punta l’arma contro, lui fornisce una terza arma: la sua mano, sporca del sangue di chi ha appena ucciso, sporca del sangue dei caduti in Vietnam, e ancora, sporca del suo sangue da omicida che di lì a poco sarà glorificato. Tre colpi chiusi in uno spazio immaginario che si apre alla metafora: “Puff. Puff. Puff”.

Riprendendo il parallelismo Antonio Ricci/Travis, notiamo due soggetti resi dalla società rispettivamente un ladro e un assassino. La differenza sta nel fatto che il primo viene punito con le aggressioni dei passanti, pronti a denunciare un atto moralmente sbagliato; il secondo viene glorificato dalla folla e dai mass media, proprio in assenza di una rigida morale, in una società in cui bene e male confluiscono e si mescolano.
Travis è la rappresentazione concreta di ogni contraddizione umana interna ed esterna, è quel giudizio morale che ci spinge a dire che una cosa è sbagliata o giusta senza escludere la sua attuazione o negazione, è l’America contraddittoria di quegli anni che uccideva giustificando quel gesto come un atto eroico e necessario (e lo fa ancora), è l’idea della violenza che non può che generare, solo ed esclusivamente, altra violenza.

Giusy Di Nuzzo

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