Troppa grazia: la Madonna rock di Zanasi che invita l’umanità a credere di nuovo in qualcosa

Troppa grazia di Gianni Zanasi ha fatto il suo esordio al Festival di Cannes il 17 settembre del 2018, vincendo il Premio Label Europa Cinema. Entra nelle sale cinematografiche italiane il 22 novembre scorso, distribuito dalla BIM.
Zanasi, con uno stile surreale che si incanala verso un certo realismo magico, dà vita a una commedia che segue l’andamento narrativo della favola e che, come ogni favola che si rispetti, conserva una morale finale.

La protagonista è Lucia (una sempre più brava Alba Rohrwacher), squattrinata geometra, madre single, da poco senza più un compagno. Nei primi minuti del film assistiamo proprio alla rottura del rapporto tra lei e Arturo (un Elio Germano che porta con sé la solita vitalità irrequieta che tanto ci piace di lui, accompagnata da qualche consapevolezza in più).
Lucia è una donna che non ha tempo per fantasie e sogni. Viene inseguita dalle bollette da pagare, dalle responsabilità di madre di un’adolescente che si rifugia nelle sue lezioni di scherma. Lezioni in cui sente di non dover avere confronti che non sa sostenere e di essere autosufficiente in qualcosa in cui è una delle migliori.

Lucia è severissima con se stessa: chiusa nella paura di doversi autogiudicare negativamente, preferisce scappare (come le dice anche sua figlia Rosa, interpretata da Rosa Vannucci, per la prima volta sugli schermi) ed eccola che ci appare sempre in fuga verso una meta che neanche lei conosce. Distratta, con lo sguardo perso, che neanche si pone più il problema di cosa cercare, e i capelli spettinati in balia del vento. Ha pochissime certezze o forse non ne ha proprio, questo lo si avverte fin da subito e nel dialogo con lo psicologo, quando lui le chiede se è credente e lei risponde con occhi lucidi e sorriso amaro: “No, dai… chi ha più tempo di credere oggi?”. Emerge chiaramente la sua posizione che, implicitamente, viene estesa a un’intera società, perché in fondo Lucia “serve” a Zanasi per parlare di una condizione generale, di un’umanità che ha perso la sua strada. Dunque, lei è solo la pedina di un sistema più grande in cui siamo tutti inclusi.

Troppa Grazia Zanasi

La sua vita prende una direzione diversa quando le verrà assegnata da Paolo (Giuseppe Battiston) la mappatura del territorio dove sorgerà il progetto L’Onda. Battiston, nel ruolo dell’imprenditore locale legato all’amministrazione comunale, veste i panni del “cattivo” delle favole. Nella realtà si traduce in un uomo d’affari privo di coscienza, pronto a far ergere maestose opere edilizie, che non solo snatureranno verdi e dorate colline mostrate con la tecnica dei campi lunghissimi (CLL), ma dovranno fare i conti con un terreno che presenta diverse irregolarità. Lui, ovviamente, ha tutte le intenzioni di ignorarlo, accettando e alimentando la corruzione, approfittandosi della debolezza di chi ha bisogno di un lavoro.

Non sarà il progetto in sé a cambiare la vita di Lucia, ma la curiosa visione, su quel terreno, di quella che si autodefinirà “La madre di Dio”. Questa donna (interpretata da Hadas Yaron), che inizialmente Lucia crede una profuga, costringerà la confusa geometra a fare i conti con se stessa e la “utilizzerà” per un progetto molto più grande di qualsiasi opera edilizia: riportare le persone a una fede dimenticata o quantomeno a farci i conti.
La Madonna di Zanasi si allontana dall’immagine precostituita dei santini a cui siamo abituati, non restituisce né beatitudine, né accondiscendenza, è una figura forte, “rock”, quasi viscerale e rivendica il “sacrosanto” diritto di essere presa in considerazione in un posto che si è dimenticato di lei.

troppa grazia

Il regista vignolese, con i suoi personaggi, mette in scena i problemi e le fragilità della nostra società: corruzione edilizia, assenza di fede (non solo religiosa), futuro precario, mancanza di un capirsi profondo e consequenziali rapporti interpersonali facilmente sgretolabili, ex-artisti ridotti a una pagina Facebook con molti like nostalgici. Quello che emerge da questa commedia ben fatta è che non tutto è razionalizzabile e, quando si avverte una sensazione, non bisogna ignorarla o averne paura. Forse l’unica pecca è stata mettere troppa carne al fuoco sul finale. Un po’ ci fa sorridere, un po’ riflettere e, perché no, ci emoziona pure. Zanasi ci invita a lasciarci andare, a non perdere la capacità di credere in qualcosa: che sia Babbo Natale, un Dio qualsiasi o un ideale. Credere è importante, sapere di poter contare su una propria credenza lo è ancora di più.

Troppa grazia è, inoltre, un film che vuole farci alzare lo sguardo dalle cose futili e chiamarci a riflettere sulla condivisione sincera, quella che va oltre uno scambio superficiale, una stretta di mano formale, un pollice in su del più famoso dei social dei nostri tempi, è la condivisione delle cose importanti “con l’eccezione delle patatine fritte”, che poi si condividono comunque, come riporta il patto tra Rosa, Arturo e Lucia. È un film che ci invita al coraggio, che punta l’attenzione su una cosa importante: a volte ci fa più paura credere in qualcosa di molto più grande di noi stessi che della corruzione che può farci finire sotto le macerie di qualcosa che andava fatto “come Dio comanda”.

zanasi

Articolo di Giusy Di Nuzzo

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