Victoria e la precarietà dell’appartenenza dello spazio in cui stiamo

Un unico piano sequenza di 140 minuti girato dalle 5 alle 7 del mattino. Una sceneggiatura di appena 12 pagine e tanta improvvisazione. Ben 2 settimane passate a girare piani sequenza di circa 10 minuti, fino ad arrivare alla scena finale che vede uno dei personaggi, di spalle, allontanarsi dall’ossessiva macchina da presa, in una strada deserta berlinese. Poi per 3 volte la ripetizione di un unico piano sequenza, per arrivare all’ultima volta: quella che ci viene servita sul grande schermo, insieme a ogni possibile emozione umana.

Dietro questi numeri, c’è un intenso lavoro di tre mesi alla ricerca della perfezione. Stiamo parlando di Victoria, film del 2015 del tedesco Sebastian Schipper. 140 minuti di pellicola che vanno oltre ogni sperimentazione, oltre la richiesta di attenzione da parte del pubblico per un prodotto che è, senza ombra di dubbio, particolare. Victoria chiede molto di più, ci attrae con la sua particolarità, ma poi ci prende in ostaggio, senza essere gentile ma maledettamente seducente.

La particolarità di Victoria, oltre al suo stile, risiede nel continuo cambio di generi e registri. Veniamo subito catapultati in una discoteca e iniziamo a seguire i movimenti del corpo del personaggio che darà il titolo al film: Victoria (una bravissima Laila Costa). La protagonista sta ballando travolta dalle luci dei fari colorati della sala. La scena ci fa pensare al divertimento e, in una scena successiva molto bella, la sala diventerà luogo di illusoria vittoria e libertà per i quattro protagonisti. Poi decide di andar via, incontra quattro “veri berlinesi” che cambieranno la sua vita.

victoria schipper

 

Victoria è una ragazza di Madrid che si trova nella capitale tedesca da qualche mese. Non conosce nessuno e si convince facilmente che quei quattro ragazzi potranno essere i suoi primi amici in una città che ancora non sente casa sua. I toni iniziali si mantengono sull’avventura. Si parte con le presentazioni, Sonne (Frederick Lau) è il gancio che lega Victoria al suo quartetto scapestrato, completato da Boxer (Franz Rogowski), Blinker (Burak Yigit) e Fuss (Max Mauff), che sta festeggiando il suo compleanno.

Tutto scorre molto velocemente e da un’auto quasi rubata, si va al market a prendere da bere senza pagare, poi su un tetto dove Victoria viene a sapere di Boxer e dei suoi guai con la legge. La ragazza spagnola, sopra quel tetto, sfida le altezze e già ci dice qualcosa di sé: è coraggiosa, non prova paura. O forse è sprovveduta e non sa ancora bene cosa voglia dire il pericolo. Questa ragazza minuta, carina, con frangetta e occhi vispi sembra non avere nulla a che fare con il quartetto che oscilla tra guai e sopravvivenza. Si lascia trascinare in azioni che molto probabilmente non le appartengono. Forse Victoria ha bisogno di un po’ di avventura, di essere scossa, di sentirsi viva.

L’avventura poi sembra prendere una piega addirittura romantica, in una meravigliosa e intima scena che vede Sonne e Victoria da soli nella caffetteria di lei. Le mani di lei impegnate sulla melodia di Mephisto waltz al pianoforte, la faccia di lui visibilmente impressionata e commossa, poi un pezzetto di vita raccontata.
Il regista ci fa credere che ora ci parlerà di una storia d’amore, ma poi cambia nuovamente le carte in tavola e ci riporta all’azione sfrenata, pericolosa, impaziente e ritmica. Da qui tutta una serie di azioni concatenate che implorano uno stop, ma Schipper continua a girare, a inseguire i quattro personaggi (uno, Fuss, è stato tagliato fuori perché ubriaco) in modo incalzante, senza nessuna pietà. E pietà non ce n’è neanche per lo spettatore che viene travolto da un’onda emotiva gigantesca.

victoria schipper

In questa velocità assillante, che fa salire l’adrenalina a mille, si compie il colpaccio e poi sembra esserci la liberazione. E allora dieci minuti di distensione, si ritorna nel punto di partenza e tra le luci colorate di quella discoteca iniziale, i quattro giovani credono di avere in mano ogni potere, danzano nudi, animati da una musica che suona solo per loro, isolandosi dagli altri, ergendosi a un gradino superiore. Ed è una scena molto bella che fa riprendere fiato allo spettatore che quasi crede di poter prendere una discesa pacifica. Ma Schipper non ci sta, proprio non vuole che il suo sia un film “tranquillo”, “scontato” e cambia di nuovo registri, umori e rumori.
Allora un nuovo movimento, stavolta ancora più rischioso, più adrenalinico. Un movimento che porterà a uno stop, ma in quello stop si muoveranno tutte le emozioni più cariche.

La cosa straordinaria di questo film, che di per sé ha tante cose straordinarie al suo interno, è la verità che i personaggi riescono a trasmettere. Dopo i primi cinque minuti, riusciamo a entrarci in confidenza, a vederli spogliati dagli artifici del personaggio e nudi nel loro essere persone. Non sono morali, “puliti” e portatori di sani principi, eppure ci conquistano e inspiegabilmente ci troviamo a sussultare a ogni loro incidente di percorso, a pregare quasi che la facciano franca. Ci immergiamo nel loro punto di vista e iniziamo a volerli salvare per salvare noi stessi.

victoria film

Victoria è un film che vibra, si accende e pulsa. Ci parla degli emarginati, del multiculturalismo berlinese, dei sogni che si infrangono. Ma, soprattutto, Victoria è un film che ci vuole raccontare la precarietà dell’appartenenza dello spazio in cui stiamo.

Recensione di Giusy Di Nuzzo

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