Closer dei Joy Division compie 37 anni

Closer è il secondo e ultimo album in studio dei Joy Division. Pubblicato il 18 luglio del 1980, dall’etichetta Factory Records, il disco vide la luce due mesi dopo il suicidio del leader Ian Curtis. Sono in molti a considerarlo una delle pietre miliari della new wave, del post-rock e del gothic rock. A prescindere dal suo reale valore e dal ruolo ricoperto dalla band nella storia del genere e della musica, noi di Spacebar vogliamo solo dedicare questo articolo alla band e a Ian Curtis in occasione del trentasettesimo compleanno di Closer.

Uno dei grandi meriti del punk è aver consentito alle nuove generazioni di dire finalmente vaffanculo a tutto. Al contempo, uno dei grandi demeriti del punk è stata l’incapacità di andare oltre queste tre parole. I Joy Division rappresentano proprio il momento iniziale di rottura con il punk. Con la band di Manchester si è passati dal “vaffanculo” al “sono fottuto”. Ci si è mossi da una sfera in cui l’obiettivo era rinnegare la tradizione e sputare su tutto quanto puzzasse di ordinario a una sfera più personale, riflessiva e introversa. I Joy Division riprendono le sonorità degli ultimi punk ma traslano la loro rabbia in una dimensione più interiore.

Questo momento di transizione è ancora più evidente se si analizzano i due album della band. Unknown Pleasures è un album denso di cattiveria e timore al contempo, in cui si alternano brani decisamente pepati e arrabbiati con canzoni dall’animo triste. Closer rappresenta la vittoria del timore sulla cattiveria, della paura sull’irriverenza. Basti pensare al brano che apre l’album: Atrocity Exhibition. Prende il nome dall’omonimo romanzo di James Graham Ballard (La mostra delle atrocità) pubblicato nel 1970, i cui racconti descrivono come i mass media invadano e disgreghino la mente delle persone. È uno dei brani più tormentati e personali di Ian Curtis:

Manicomi con le porte spalancate,
la gente fa di tutto per scoprire cosa nascondono
e provare piacere alla vista di un corpo che si contorce.
I suoi occhi dicono: “Esisto ancora”.

Decades rappresenta l’amaro e fragile finale di Closer e di Ian Curtis. Il cantante appare completamente esausto, sconfitto, la sua voce è più cupa e bassa che mai, sostenuta da suoni slavati:

Ecco i giovani, con il fardello sulle spalle
Ecco i giovani, dove sono stati?
Abbiamo bussato alle porte della camera più oscura dell’inferno
Spinti al limite, ci siamo trascinati dentro
Osservavamo dalle quinte la ripetizione delle scene
Non ci eravamo mai visti in quel modo:
La rappresentazione del trauma e della degenerazione
I dolori patiti e di cui non ci siamo mai liberati.

Dove siamo stati?
Dove siamo stati?
Dove siamo stati?
Dove siamo stati?

I nostri cuori stanchi sono andati perduti per sempre
Non possiamo accantonare la paura o il brivido della caccia
Ogni rituale ha aperto la porta dei nostri vagabondaggi
Aperta, poi chiusa, infine sbattuta in faccia.

La copertina del disco raffigura la tomba della famiglia Appiani, sita presso il cimitero monumentale di Staglieno di Genova. Il soggetto della cover non venne scelto a caso ma a seguito dei fatti che precedettero l’uscita del disco e, nelle intenzioni della band, doveva riflettere l’atmosfera dell’album. All’indomani della pubblicazione dell’album, Hook, Sumner e Morris rispettano l’accordo originario sciogliendo di fatto la band e, nel 1981, diedero vita ai New Order.

Closer è sicuramente uno degli album più influenti del secolo scorso e nel giorno del suo trentasettesimo anniversario è importante ricordarlo.

 

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