Algo vuol dire qualcosa: una band onesta

Oggi abbiamo intervistato una band emergente che si definisce “onesta”. Algo vuol dire qualcosa è una band che desidera procedere con calma, senza l’urgenza di produrre un qualcosa che sia immediatamente fruibile e di largo consumo, una band che punta sull’onestà più che sull’immediatezza.
Questo incipit è tratto da una delle risposte date dalla band alle nostre domande e crediamo che si tratti di un ottimo punto di partenza sia per presentarvela che per emergere nel panorama musicale attuale.

1) “Diteci da dove venite per capire chi siete”: insomma, quali sono le vostre origini e in che modo influenzano la vostra musica?

Dobbiamo i nostri natali a Città di Castello, ridente cittadina umbra sita sulle sponde del fiume Tevere. Un posto tranquillo, molto verde, pochi stimoli. Non credo onestamente influenzi particolarmente e sostanzialmente il nostro modo di fare musica, se non a livello inconscio, come ovvio. Ciò che maggiormente condiziona la nostra musica proviene da “luoghi” meno soleggiati e decisamente più profondi.

2) Perché questo nome? Alcuni di noi vivono in Spagna e sanno che “algo” vuole dire proprio qualcosa… ma da dove nasce l’idea? Un viaggio, un amore, cosa?

Banalmente la Spagna ne è in qualche modo responsabile. Filippo era in tour in Spagna con uno dei tanti progetti che lo coinvolgono e, nell’incessante tentativo di definirci in qualche modo attraverso un nome e sottolineando la bellezza del termine “algo”, mi disse per l’appunto “algo vuol dire qualcosa” e nella mia testa si materializzò all’istante un bambino di nome Algo che con il ditino alzato aspettava il proprio turno per poter parlare. L’ambivalenza del nome è piaciuta subito sia a me che a Filippo, così come la sua forma.

3) A proposito di radici, quali sono invece le vostre radici musicali? Tutti tendono a risponderci: “non ne abbiamo, siamo una band unica”, ma noi lo troviamo impossibile, tutti abbiamo dei punti di riferimento consapevoli o inconsapevoli che siano. Ecco, se vi va, ditecene qualcuno.

Tranquillo, ne abbiamo moltissimi. Siamo consapevoli di essere direttamente o indirettamente influenzati da tutto ciò che ascoltiamo, conseguentemente cerchiamo di fare buoni ascolti. Durante la lavorazione del disco abbiamo scelto alcuni riferimenti che sapevamo ci avrebbero aiutato a dare identità al lavoro che ci stavamo apprestando a fare e dentro al calderone sono finiti Beck, Radiohead, Sinéad O’Connor, Karate, Peter Gabriel, Low, dEUS… Personalmente poi, quando scrivo, non posso prescindere da Paolo Benvegnù, dai suoi Scisma e da molti rappresentanti dell’indie italiano anni ‘90.

4) Altrove è il vostro album di esordio. Lo troviamo intenso, soprattutto per la forza dei testi e per la capacità di disegnare paesaggi interiori. Com’è nato questo album e che cosa cercate di affermare?

Nello scrivere canzoni e nel suonarle tendiamo a non veicolare in alcun modo la fruizione delle stesse. Non cerchiamo di trasmettere un messaggio univoco. Proviamo, attraverso suggestioni ed emotività, a mettere le persone nella condizione di potersi relazionare ai brani come meglio credono. Lo facciamo per il solo ed esclusivo bisogno di farlo. C’è realmente poco di prestabilito, voluto o pianificato. Semplicemente, lo scrivere canzoni equivale a un bisogno primario. Così come quando mangiamo, respiriamo, dormiamo non ci chiediamo perché o per chi lo facciamo, così suoniamo. Sappiamo solo che non dando soddisfazione al bisogno di suonare e di scrivere musica stiamo tremendamente male e quindi, semplicemente, cerchiamo di stare bene (nella speranza di dar vita a un po’ di bellezza nel mentre). Viviamo la musica in maniera terapeutica.

5) Dal punto di vista prettamente musicale, riuscite a definire la vostra musica?

Onestamente, no.

6) Molti di noi, come voi, hanno vissuto a lungo sugli Appennini… Qual è secondo voi la ricchezza di questo territorio?

Sono convinto da sempre che la conformazione territoriale del luogo in cui viviamo restituisca una sorta di virtus aristotelica. Nel senso che le formazioni rocciose che compongono l’Appennino centrale, né troppo protese verso l’alto né troppo “genuflesse”, diano la giusta e media, per l’appunto, virtù necessaria a non farsi schiacciare dalle vette e a non consegnarsi alla vertigine che tanto confonde, pur inebriando.

7) Se vi chiedessi “Godano o Clementi?”, cosa rispondereste?

Benvegnù… per il fatto che, oltre ad amicizia di lunga data, mi lega a Paolo il ricordo dell’ascolto del primo album degli Scisma, “Rosemary Plexiglass”, che mi restituì la consapevolezza che quel tipo di musica, che mi girava nella testa senza prendere forma e che poco riscontro trovava in quello che sentivo abitualmente in radio, si poteva fare e si poteva fare splendidamente. Tra i due proposti, comunque, diciamo che Cristiano Godano mi emoziona molto.

8) In questo momento il settore della musica è praticamente paralizzato. Come vivete questa cosa e come avete convissuto con la quarantena e il coronavirus?

Siamo piuttosto tranquilli in realtà. La dimensione che abbiamo attualmente come gruppo viene appena scalfita dalle condizioni restrittive che ci troviamo a vivere in questo particolare e confuso momento storico. Tra l’altro, durante la quarantena, siamo riusciti ad essere egualmente produttivi sviluppando qualche idea per il nuovo album.

9) Siete una band emergente… In Italia è ancora più complicato emergere, soprattutto se non scegli di partecipare a reality televisivi e altre stronzate simili. Voi come sperate di emergere in questo oceano in tempesta?

Con calma. Non sentiamo l’urgenza di produrre un qualcosa che sia immediatamente fruibile e di largo consumo. Abbiamo la consapevolezza che quello che facciamo, in qualche modo, resterà e che quello che non succede in molti anni può accadere in brevissimo tempo. Puntiamo sull’onestà più che sull’immediatezza.

10) Lasciateci con un libro, una canzone e un film o serie TV che vi appassionano.

Domanda difficilissima! Vediamo… Una solitudine troppo rumorosa di Bohumil Hrabal; The great gig in the sky dei Pink Floyd; Man on the moon di Milos Forman.

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