AMFest 2019: un’edizione brutale

Si è appena conclusa l’ultima edizione dell’AMFest, decisamente la più rischiosa e, al tempo stesso, la più appassionante nella storia del festival. “Rischiosa” perché gli organizzatori quest’anno avevano deciso di fare all-in, invitando numerose band di prim’ordine, ed estendendo la programmazione al giovedì, con i Daughters (USA), che ci hanno lasciato con una performance allucinante. “Appassionante” perché l’atmosfera è sempre la stessa: tranquillità pura. La cornice, la Fàbrica de Creació Fabra i Coats è davvero mozzafiato e rappresenta un valido motivo per passare 4 giorni in un posto magnifico e in compagnia di bella gente.

amfest 2019

Nell’articolo di presentazione del festival, ci eravamo lasciati con una citazione inventata di Pino Scotto: “A tutte quelle puttanelle che oggi pensano di fare musica con un accordo e mezzo, con l’autotune e quattro scatti da pubblicare sui canali merdal, io dico di andare all’AMFest e capire cos’è davvero la vita”. E noi ribadiamo il concetto: l’AMFest è musica allo stato puro, almeno per gli amanti del rock e dell’elettronica modulare. La line-up è coerente, senza trasversalità, e non ci si può sbagliare, qui si viene per ascoltare rock.

Dell’AMFest di quest’anno ci rimarrà impressa nella mente la possibilità che abbiamo avuto di ballare con i membri di band di successo. Sono lì, affianco a te, prima si esibiscono e poi te le ritrovi tra il pubblico a fare il tifo per gli altri perfomer. Ci siamo divertiti moltissimo anche accanto ai Doble Capa, che non rientravano nella line-up, ma che sono una delle band di punta di Aloud Music, etichetta che organizza il festival. Tra le chicche di quest’anno c’è Daniel Blumberg, che dopo essersi esibito nello Stage 3 con note e canti melanconici, ce lo siamo ritrovato a suonare accanto ai Bo Ningen, band giapponese che ha fatto tremare letteralmente tutta la fabbrica, con una performance entusiasmante. Altra bella sorpresa è quella dei Myoboku, con la voce incantatrice di Marina Herlop e la sua lingua inventata.
Insomma, qui di cose strane ne succedono e ce n’è da raccontare.

herlop amfest barcelona

Senza allontanarci dal tema delle esibizioni, ecco in ordine quelle che ci sono piaciute di più:
1) Brutus: vi invitiamo a non perdervi per nessuna ragione al mondo questa band. La vocalist e batterista Stefanie Mannaerts è potenza pura e fa venire la pelle d’oca. Abbiamo dedicato a loro il titolo di questo articolo, perché sono stati i più coinvolgenti sul palco.
2) Bo Ningen: la band nipponica vanta collaborazioni allucinanti (su tutte con le Savages) e l’esibizione all’AMFest è stata deliziosa, una bomba improvvisa lanciata sulla Fabra i Coats.
3) Pelican: il post-rock nella sua massima espressione. Speriamo di rivederli presto.


4) Cocaine Piss: il punk è vivo e vegeto. Aurélie, la cantante, è una forza della natura e sul palco non c’è mai, preferisce il calore del pubblico.
5) Tides from nebula: la sorpresa più bella del festival. Band strumentale polacca che ci ha lasciato con le parole seguenti: “Ci rivediamo con certezza nel 2020!”. Li rivedremo a uno dei festival di Barcellona?
6) Za!: la band che giocava in casa ha fatto saltare un po’ tutti. Sono divertimento assoluto e sperimentazione pura. Una sorpresa niente male.

za! barcelona amfest

L’AMFest 2019 ci ha regalato emozioni forti. Il festival è lanciatissimo, con la sua idea di programmazione senza sbavature. La risposta del pubblico c’è stata e noi non vediamo l’ora che arrivi il 2020, per poter approfittare di band rock difficilmente fruibili altrove e di un’atmosfera un po’ anni ’90, ma che a noi piace davvero tanto.

 

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