Bujumannu: una visione alternativa al grigiore e all’odio dei giorni nostri

Simone Pireddu, in arte Bujumannu, dal 2005 è il cantante dei Train To Roots, una delle  più importanti band reggae che infiammano i palchi italiani e non solo. In attesa del settimo album della band che vuole essere un ritorno alle radici con un roots reggae cantato in sardo e italiano, abbiamo fatto due chiacchiere con Simone Bujumannu.

Raccontaci di te, del tuo percorso musicale, di cosa ti ha spinto a essere un cantante e quanto questo ha influito sulla tua vita.

Ciao a tutti, arrivo da un piccolo paese di provincia del sud della Sardegna e penso che alla fine siano state la musica e la sua energia ad avermi scelto e fatto crescere. Ho iniziato il mio percorso con un gruppo di amici, ci divertivamo a mettere su dei pezzi in rima. Poi qualche anno più tardi, insieme alla mia prima vera band, gli Skami Ska, siamo riusciti a creare qualcosa di grande, 2 album, centinaia di concerti in tutta l’Isola e 2 tour in “Continente”, come piace definire a noi sardi l’Italia. Questo progetto mi ha dato tanto e mi ha portato pure a lasciare la mia amata terra per trasferirmi a Monza e provare così a realizzarci e confrontarci con il resto della scena musicale italiana.

Non andò benissimo e sempre da Monza decisi di continuare comunque la mia avventura musicale e formai i “Radio Island” con musicisti del Comasco, Milanese e il mio amico Skaetta (ex Skami Ska) con il quale conobbi i Train To Roots di Sassari in una nostra data in Sardegna.
Dopo soli 2 anni, anche con i “Radio Island” decidemmo di bloccare il progetto e arrivò subito la proposta da parte dei Train To Roots di entrare a far parte del loro progetto.
Da lì in poi, ha inizio la mia avventura con il “treno” più roots e massiccio d’Italia!

Che cosa vuol dire esattamente il nome d’arte “Bujumannu”?

Bujumannu non è altro che la combinazione di 2 parole: “Buju”, che in patois significa “piccolo”, e di “mannu”, che in sardo significa grande. Quindi se mi chiedi cosa significa ti dico: PiccoloGrande.

Da anni sei il cantante dei Train to Roots. Parlaci delle differenze tra Bujumannu solista e Bujumannu con i Train to Roots.

Bella domanda, non saprei dirti se ci sia una fondamentale differenza, forse chi mi segue potrebbe rispondere meglio. Con i T.T.R. Facciamo un lavoro di squadra per ogni pezzo che decidiamo di scrivere e\o comporre, siamo molto attenti ai contenuti e minuziosi per le varie scelte di sonorità e strutture. L’ondata di energia che investe il pubblico credo sia sempre e comunque molto forte. Se poi parliamo dei Train To Roots, credo sia uno dei nostri punti di forza, la gente questo ce l’ha sempre riconosciuto.

Nelle mie produzioni da solista e nei miei spettacoli senza la band, agli spettatori e agli ascoltatori credo e sopratutto cerco di regalare me stesso, la mia spensieratezza, un po’ della mia anima in tutte le sue forme e colori, senza filtri, metto praticamente a nudo le mie debolezze, i miei punti di forza e le mie esperienze di vita.

bujumannu intervista

Da cosa prendi spunto quando scrivi le tue canzoni e cosa vorresti trasmettere con la tua musica?

Alle persone che mi ascoltano vorrei regalare serenità, coraggio, un sorriso e un caldo abbraccio pieno di speranza, con parole spesso di incoraggiamento, ricche di bellezza e mirate a dare una visione alternativa al grigiore, all’odio, alla poca umanità, alla poca sensibilità e al poco amore nei confronti del prossimo che questo sistema prova a diffondere. Gli spunti per scrivere sono infiniti, non c’è una ricetta, ascolto molto gli altri, mi informo, guardo i fantastici orizzonti che regala la mia terra, il mio cielo, la luna, le stelle.

Abbiamo sentito molte canzoni, per lo più in sardo e ci siamo aiutati con la traduzione per capirne il significato. Hai mai avuto paura che la tua musica non venisse capita o apprezzata per questa scelta linguistica?

In verità ti dico di NO, non ho mai avuto paura che la mia musica non venisse capita. Anzi, ho sempre pensato che fosse un vantaggio, un punto a mio favore, una lingua in più, la MIA lingua e quindi quella con la quale mi esprimo anche meglio. Io stesso sono cresciuto ascoltando tante band che cantavano e alcune cantano ancora nel loro dialetto. Per esempio i Pitura Freska, i Sud Sound System, i 99 Posse, Van De Sfroos. Sono anche certo che se una band o un’artista riesce a trasmettere qualcosa con la sua musica e le sue linee melodiche, l’ascoltatore che rimane colpito inizia pure a studiarsi i testi, i significati e le traduzioni, un po’ come noi tutti che ascoltiamo musica in svariate lingue che non parliamo e non capiamo e giustamente andiamo a cercare le traduzioni per poterle cantare correttamente e conoscerne appunto il significato. Questa è una cosa che ho potuto constatare nei tour europei con la mia band, dove gli ascoltatori e nostri fan sotto il palco cantano con noi in sardo, italiano e Inglese.

Hai portato la tua musica in giro per l’Europa, hai calpestato vari palchi della Spagna per esempio. Raccontaci l’emozione di cantare a un pubblico straniero, cosa si prova e la reazione del pubblico qual è stata?

Sì, ormai in 15 anni con la band abbiamo girato tutta l’Europa e l’emozione è sempre grandissima. Fuori dai confini nazionali la musica, i musicisti e l’artista in genere sono apprezzati tanto, lo si percepisce dall’accoglienza, dalla professionalità e dall’importanza che danno alla serenità e tranquillità di ogni singolo artista o band. Ogni volta è come realizzare un sogno, calpestare un palco fuori dalla Sardegna e poterci raccontare, confrontarci con il resto del mondo, conoscere posti bellissimi, gente fantastica, artisti e situazioni che altrimenti non so se mai avrei avuto modo di conoscere e vedere, perciò ringrazio tanto la vita e tutte le persone che rendono tale questo percorso.

Vanti collaborazioni musicali con grandi della musica italiana e non solo, come Clementino, Auxili, Bunna, Mosses, Sergente Garcia, Levante: con quali altri artisti vorresti collaborare e perché?

Lo scambio di energie, idee e conoscenze che si crea quando si ha la possibilità di lavorare con artisti di questo calibro è sempre una grande botta di adrenalina. In verità ti dico che raramente abbiamo cercato la collaborazione con persone\artisti come dire “irraggiungibili” ma abbiamo sempre puntato e scelto artisti che avevamo avuto modo di conoscere in precedenza, sai come sono questi sardi, sino a che non ti conoscono non si fidano e poi dopo ti danno il cuore. Non saprei ora che nomi fare, ce ne sarebbero tantissimi, della scena italiana potrei dirti Giuliano Palma o Samuel dei Subsonica.

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Ascoltando le tue canzoni, citi spesso una “Sardegna indipendente“. Spiegaci cosa intendi e qual è il tuo punto di vista in merito alla situazione politica del paese.

Uhhh domandona ad alto rischio in questo periodo. Mettiamola cosi, avendo la Sardegna un confine ben definito, una nostra storia e anche una grandissima preistoria, una nostra cultura e una nostra lingua, in teoria avrebbe anche tutte le carte in regola per poter essere una “Repubblica” indipendente. Ho sempre sognato e raccontato nei miei testi che mi piacerebbe che questo sia un posto dove il sardo possa decidere davvero in maniera libera come investire i propri risparmi e come legiferare a suo favore per defiscalizzare un territorio martoriato, per preservare terra, mare e cielo. Non siamo né peggiori e neanche migliori di nessun altro popolo o stato, semplicemente siamo “diversamente belli e massicci”, siamo il Popolo SARDO e sarebbe appagante per me che tutti noi prendessimo coscienza del valore, della storia, della dignità e della santità di questa terra magica.

Per poter scegliere di non essere più il poligono più grande d’Europa, di non essere la terra dove si sperimentano le armi di ultima generazione e di distruzione di massa, dove a governare ci siano persone, coalizioni e\o partiti con sede e residenza in questa terra, dove ci siano persone disposte a investire la propria vita, il proprio tempo e professionalità per il prossimo, per preservare la salute e il futuro dei nostri nipoti e figli al quale lasceremo in custodia questa meravigliosa terra. Ora come ora, la situazione la vedo molto “male”, ma sono certo che con il dialogo e il tanto impegno si possa ancora sperare che da una situazione così bassa possa nascere qualcosa di buono e positivo. Sono le situazioni peggiori e più dolorose che spesso ci fanno realizzare l’impossibile.

Che cosa ti ha spinto a fare questo genere di musica, che generi ascoltavi da ragazzo?

Ho sempre ascoltato di tutto e ancora oggi ascolto tanti e svariati generi di musica. Sono cresciuto con i primi Litfiba, i The Clash, Nirvana, U2, Rage Against The Machine, le varie Posse italiane, Cypress Hill, Beastie Boys, Ramones e anche ora ascolto un po’ di tutto. Al reggae ci sono arrivato con il passare del tempo, agli inizi non ne andavo pazzo, mi sembrava troppo lento (ahahahahahah), poi invece mi ha folgorato e non posso più farne a meno.

È difficile per un cantante autobiografico avere delle canzoni preferite, ma noi ti chiediamo di concludere l’intervista con una canzone, un film e un libro che più ti rappresentano.

Davvero difficile questa… ci provo: il libro che forse sento mi possa rappresentare tanto è L’Alchimista di Coelho, ma devo ammettere che anche Il Buddista Riluttante mi rappresenta molto. La canzone, visto che ieri l’ho sentita di nuovo in TV e ancora mi emoziona, e me la canto a squarcia gola, potrebbe essere: Il Ragazzo Della Via Gluck di Celentano. Film: Braveheart di Mel Gibson.

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