Cult with no name: “Noi cerchiamo solo di essere”

Abbiamo scambiato due chiacchiere con i Cult With No Name. Il duo londinese formato da Erik Stein e Jon Boux non ha bisogno di presentazioni. Nell’ultimo disco Mediaburn convivono elementi di musica classica, jazz, elettronica ambient, krautrock e post-punk, rivelando la loro profonda e fluida sensibilità strumentale. Si tratta di una suite in più stanze capace di rappresentare lo spirito di entrambi gli artisti. Cerchiamo di scoprire qualche dettaglio in più sul loro “interior design”.

1. Vi definite “Balladeers post-punk elettronici”: che cosa intendete con questa definizione? In Italia siamo molto distanti da questo mondo musicale e i nostri lettori troverebbero difficoltà a comprenderla.

Con questa definizione abbiamo cercato solo un modo più ingegnoso per definire la nostra musica, che le persone fanno fatica a descrivere o classificare. Quindi ci siamo incollati addosso un’etichetta tutta nostra. Molte band cercano di essere “le più rumorose”, “le più oltraggiose” o “le più impegnate politicamente”. I Cult With No Name stanno solo cercando di “essere”. Noi esistiamo, tutto qui. Non abbiamo una lista di cose da fare o un obiettivo a lungo termine. Alcune persone si perdono nella nostra musica e in alcuni dei nostri testi, ma è importante perdersi di tanto in tanto lungo la strada.

cult with no name

2. Viviamo in un mondo fragile, distruttivo, individualista, dove le persone non conoscono più la solidarietà e hanno difficoltà a distinguere la verità dalla menzogna, e tutto ciò non auspica un lieto fine. Ascoltando Mediaburn viene fuori un’analisi profonda di una società in autodistruzione. Guarda caso il periodo storico che stiamo vivendo riflette perfettamente questa crisi del genere umano. Voi come percepite questo momento in Inghilterra? Che impressione vi state facendo?

Sì, è tutto vero. Mediaburn è un po’ un concept album che va proprio in questa direzione. Viviamo in un’epoca con così tante contraddizioni, le persone usano i social media per “creare un legame con gli altri”, ma anche per dire cose che non si sognerebbero mai di dire in una conversazione faccia a faccia. Viviamo in un mondo in cui la fiducia viene erosa costantemente. Non avere fiducia nei governi e nelle aziende è una cosa, ma quando smettiamo di fidarci l’uno dell’altro, beh il gioco diventa molto più pericoloso. Tutti ci teniamo a presentare un’immagine bella e morale di noi stessi, ma le persone si giudicano dalle azioni di solidarietà verso i più poveri o i più bisognosi, non da ciò che condividono su Twitter.

Se invece parliamo di fake news, beh è impossibile distinguere cosa è vero da cosa è falso. Una verità ce l’abbiamo, però: crediamo sia stupido credere a priori a tutto ciò che i media diffondono, ma lo è anche pensare che tutto quello che succede sia il frutto di una cospirazione. Da qualche parte nel mezzo c’è il nostro Mediaburn.

3. In quest’ultimo lavoro convivono la new wave\dark wave con liriche classiche dovute alle collaborazioni con la voce femminile Kelli Ali e al sax e i violini di Steven Brown e Blaine L. Come avete fatto a far incontrare questi due mondi così apparentemente lontani?

Abbiamo avuto la fortuna di lavorare con Kelli, Blaine e Steven per molto tempo. Blaine ha collaborato con noi già nel 2008. Sono artisti che non hai bisogno di dirigere o indirizzare. Kelli Ali è una cantante e artista straordinaria, non abbiamo bisogno di dirle nulla. Lo stesso vale per Blaine e Steven. Finché gli piacerà la musica che facciamo, sappiamo che faranno sempre un lavoro incredibile. E lo fanno. Sono gli elementi più acustici, il sax, i violini, che aggiungono atmosfera a quello che facciamo. Per quanto riguarda Jon e me, abbiamo ruoli molto diversi (e influenze anche) che si adattano mutualmente. Anche in questo caso, non abbiamo bisogno di dirci nulla.

Un altro aspetto importante della collaborazione è non cercare di proteggere a tutti i costi il proprio ruolo. Una delle mie citazioni preferite è di Graham Lewis, bassista della band Wire. Durante la registrazione del loro album Manscape, il batterista si lamentava di essere stato sostituito da una drum machine. Graham Lewis, invece, ci teneva a precisare che anche lui sarebbe stato sostituito da un bass synth, ma che questo non lo preoccupava affatto, perché lui non suonava semplicemente il “basso”, lui suonava “Wire”. Questo è il tipo di atteggiamento che assumiamo nella band.

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4. Mediaburn è un album evocativo, onirico, oscuro e dinamico. Quali sono state le vostre fonti d’ispirazione e le influenze?

Molte! Musicalmente parlando, io sono un grande collezionista di musica post-punk. Crescendo sono stato un grande fan di band come The Stranglers, The Residents, Art of Noise, Yello, Devo, The Associates, Gary Numan e Tuxedomoon. Ora ho una collezione che ammonta a circa 4000 dischi, quindi l’ispirazione proviene da fonti quasi infinite. Jon è molto influenzato dalla musica classica moderna, come Arvo Part, artisti ambient come Brian Eno e band come The Blue Nile. Due grandi influenze che abbiamo in comune sono OMD (Orchestral Manoeuvres in the Dark) e la band olandese The Nits. Penso che nella nostra musica si percepiscano queste influenze.

Per quanto riguarda i testi, cerchiamo solo di essere consapevoli del mondo che ci circonda, di osservarlo attentamente. John Foxx una volta mi ha detto che scrivere canzoni equivale a costruire il “modello di qualcosa” e, costruendo questo modello, possiamo restare lontani da tutto e guardare le cose da diverse angolazioni. Mi piace questo punto di vista. Non abbiamo un messaggio politico, ma se lo avessimo sarebbe “parlare meno, ascoltare di più”.

5. Considerata la vostra carriera musicale quasi pluridecennale e le infinite collaborazioni che avete collezionato, come vi vedete oggi? E quali programmi avete per il futuro?

È strano guardarsi indietro, il tempo scorre molto velocemente. Sono orgoglioso di quanto abbiamo fatto in un breve lasso di tempo. È importante sottolineare che sento anche che stiamo migliorando, album dopo album. So che questo lo affermano tutte le band, ma nessuno si sognerebbe di sostenere che il nostro album di debutto Paper Wraps Rock sia il migliore. Francamente, quell’album ci provoca un po’ di imbarazzo. Non so quale sia il nostro posto nel panorama musicale. Stiamo ancora cercando di trovare una casa e il momento in cui ne troveremo una sarà probabilmente il momento in cui dovremmo arrenderci. Ci piace sentirci non adatti, a disagio.

Per quanto riguarda il futuro, siamo abbastanza prossimi all’album numero 10. Siamo molto soddisfatti di quanto fatto finora e possiamo prenderci tutto il tempo che vogliamo, perché Mediaburn è un album ancora attuale. Abbiamo lavorato con Kelli Ali per la registrazione del suo album Ghostdriver, che dovrebbe uscire quest’anno. Quando ci viene chiesto di “fare qualcosa”, cerchiamo sempre di dire “sì”. Spero che un giorno qualcuno ci chieda di esibirci anche in Italia.

6. Il vostro precedente album Blue Velvet Rivisited, realizzato in collaborazione con i vostri amici di sempre Tuxedomoon e John Foxx, è un lavoro di rivisitazione delle musiche dell’omonimo capolavoro cinematografico di David Lynch. Com’è stato approcciarsi all’immaginario del film e del regista?

Blue Velvet Revisited è la colonna sonora di un film a sé stante, diretto da Peter Braatz e girato sul set originale di Blue Velvet di Lynch. È stata un’esperienza fantastica. Peter ci ha chiesto di creare la colonna sonora perché amava il nostro brano As Below dell’album Above as Below. In pratica ci ha chiesto: “Riuscite a realizzare un lavoro di 90 minuti che suoni come questo brano?”. E noi gli abbiamo detto che avremmo potuto, ma solo con il sostegno di altre band. Ed è a quel punto che sono entrati in gioco i Tuxedomoon e John Foxx. La traccia di John Foxx è stata fatta separatamente, ma noi dei Cult With No Name e i Tuxedomoon abbiamo collaborato per tutti gli altri brani.

Il metodo dei Tuxedomoon era quello abituale. Improvvisavano e poi mi mandavano le registrazioni. Sceglievo dei pezzi delle tracce in modo che le potessero sviluppare. Poi registravano e mi rinviavano i file da modificare, aggiungere parti e mixare (e in termini di missaggio, abbiamo lavorato così tanto che alcune delle tracce realizzate dai Tuxedomoon sono irriconoscibili dalla versione originale). Abbiamo anche realizzato il processo inverso: gli inviavamo le nostre tracce affinché ci lavorassero. È stato un processo molto rilassato e Peter, il regista, ha davvero lasciato che tutto fluisse liberamente, abbiamo lavorato nella sua fiducia totale.

La colonna sonora e il film mi sembrano un buon lavoro e sappiamo che anche David Lynch li ha apprezzati. Infatti organizzò la prima negli Stati Uniti (con Laura Dern e Kyle Maclachlan) e li ha anche aggiunti alla ristampa blu-ray di Blue Velvet, che è uscita l’anno scorso. In Italia, le musiche hanno avuto una seconda vita, perché uno dei brani della colonna sonora è stato utilizzato nella serie tv The New Pope di Paolo Sorrentino.

7. Un libro, un film e una band che consiglieresti a noi di Spacebar.

Libro: Il silenzio non esiste di Kyle Gann
Film: Frank di Lenny Abrahamson
Band: Fat White Family

Intervista realizzata da Giulia Astolfi e Andrea Sanzari

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