DGTL: manca un giorno in meno alla prossima edizione

Quella tra la musica elettronica e la città di Barcellona somiglia sempre di più a un’equazione e, di questa equazione, il DGTL ne è senza dubbio diventato uno dei principali portavoce. Fratello minore del DGTL Amsterdam, il festival ha le idee chiare e si vede: in sole quattro edizioni in terra catalana, quelli di DGTL sanno produrre un festival curato nei minimi dettagli e che non sbaglia nemmeno un colpo (o quasi) tanto nel concept come nella scelta degli artisti.

I numeri lo dimostrano: 2 giornate di 12 ore, 48 shows – di cui 7 live, 39 dj set divisi in 4 palchi e 3 installazioni a cui assistono 35.000 esseri umani. Nonostante sia agosto e la temperatura sia più gradevole quando cala la notte, quali non-più-giovanissimi che siamo, del DGTL ne apprezziamo anche l’orario: dalle 15:00 alle 03:00.

Il DGTL è senza ombra di dubbio un festival a 4/4. Chi va al digital va per ballare e ci va con la batteria bella carica. Quattro sono anche i palchi che visitiamo nei due giorni del festival, per non farci mancare nessuna sfumatura dell’elettronica da ballo, visto che ogni palco è contraddistinto da sonorità ben definite.

Il Frequency, che quest’anno è stato spostato dalla location sotto la placca solare a un corridoio che collega l’anfiteatro a “Mordor”, è quello con suoni più allegri e melodici: disco, funk, house. Il Frequency è senz’altro il palco meno spettacolare dal punto di vista visuale, ma quello con l’atmosfera più accogliente. Sarà per la parete che lo delimita da un lato o per essere un po’ avulso geograficamente dagli altri, la gente e la musica del Frequency è la più sorridente e la più accogliente, così come la sua musica. Unico neo per il palco è quello di trovarsi in linea d’aria col palco più spettacolare e coi decibel più alti: il Modular. Al Frequency infatti, se non stai tra le quattro colonne di altoparlanti, diventa difficile lasciarsi trasportare da un suono che troppo spesso è coperto dal suono del Modular.

L’Amp è il palco sotto la tettoia nei pressi dell’entrata, contraddistinto da un ritmo più incalzante, BPM più veloci che il Frequency, suoni luminosi che si alternano a suoni più oscuri. Dell’Amp ci è piaciuta la qualità del suono e i visual avvolgenti: grazie all’aiuto della tettoia e delle colonne che trattengono i decibel all’interno, così come di sottili schermi che circondano il perimetro su quattro lati e creano un’esperienza a quattro lati, l’Amp è a nostro avviso il palco con l’esperienza più completa.

Il Modular è un palco imponente per volume, dimensioni, visual, e per la privilegiata ubicazione nell’anfiteatro. A due passi dal mare e con una scenografia fatta di tubi industriali e luci che rendono i filtri di Instagram inutili. Il suono e l’ambiente del Modular si possono riassumere in due parole: “chimico” e “ipnotico”.

Il Generator è il primo palco che si incontra quando si entra al festival, ma anche il più duro. Come a voler gridare forte sin dall’inizio che il festival sarà un ballare senza tregua, sputando dalle casse la techno più veloce e buia che si possa immaginare.

modular dgtl

Decidiamo di ascoltare gli artisti in base al mood: artisti più allegri quando il sole è ancora alto, e gradualmente più cupi man mano che scende la notte, salvo poi chiudere il cerchio di nuovo con sonorità allegre che ci generino un po’ di endorfina naturale.

Il venerdì non c’è modo migliore di iniziare che lasciare che il nostro anfitrione sia un locale: Pau Roca. Il fondatore dell’etichetta Bons Records ha smesso da tempo di essere una rivelazione, è ormai una certezza. House allegra e a km0 che compie con ciò che ci si aspetta dal secondo set della giornata: far venire l’acquolina in bocca a chi balla e ascolta e lasciarlo/a con la voglia di ballarne ancora. Doppia medaglia a Pau che riesce nell’impresa nonostante la qualità del suono sia al di sotto delle nostre aspettative. In generale, i tecnici del Frequency ci hanno messo più del previsto a prendere le misure all’impianto.

Restiamo in zona perché subito dopo iniziano i Tuff City Kids. Non è un mistero che tanto Gerd Janson come Lauer stanno vivendo uno stato di grazia coi loro progetti solisti. Questo si riflette nel loro live breve ma intenso. Un’ora di giri di synth e riffs che si attaccano ai neuroni nonostante un impianto che distorsiona troppo spesso per i nostri gusti.

Scende la sera e arriva il momento. La nostra scelta ricade su Adriatique. Non è un mistero che la Spagna è il paese più ricettivo nei confronti del duo svizzero e, finalmente, riusciamo a capire perché. Ascoltare i due Adrian è come ascoltare una storia ipnotica, una di quelle che speri non finisca mai. Il suono di Adriatique ti abbraccia e ti rassicura che sei nel posto giusto dove chiudere gli occhi e lasciarti trasportare.

cluster dgtl

Dispiaciuti dall’assenza di Eclair Fifi – che ha perso l’aereo (grazie Vueling!) – iniziamo a elaborare un “piano B”. Rinunciamo alla violenza di Ben Klock perché è stato al DGTL tre edizioni fa. In generale, guardando alle edizioni passate, abbiamo l’impressione che il DGTL si sia già ripetuto con gli artisti in scaletta. Tutti prodotti di prima qualità, ma ci piacerebbe vedere, nelle future edizioni, una line-up più azzardata. Ci decantiamo quindi per l’irriverenza di KiNK e, a qualche giorno di distanza, pensiamo ancora sia una delle scelte più azzeccate fatte in vita nostra. Lo show di KiNK è uno degli highlights del festival e senz’altro il migliore dei live. Il bulgaro è così preciso e frenetico nell’uso dei suoi millemila aggeggi che il risultato è uno show completo, che spazia dal gospel house all’acid, dal techno al drum-n-bass con una naturalità che è possibile solo quando al fine artigianato si associa il genio creativo. KiNK ha fatto sì che rinunciassimo anche a visitare il buon Dj Tennis, uno dei pochi italiani in scaletta.

Torniamo al Frequency per Antal b2b Palms Trax. Il boss di Rush Hour e il fido destriero Jay Donaldson sono gli ambasciatori della “buena onda”. Due ore alternandosi alla console e passando dall’afro al disco, dall’house al soul, con una precisione e un buon gusto che non hanno eguali. Il loro set fa sì che ancora siamo qui a pensare al venerdì con un sorriso ebete stampato in faccia e i piedi indolenziti.

palmx trax dgtl

Chiudiamo il venerdì con Dixon. Il tedesco non ha bisogno di descrizioni né di conferme di quanto sia talentuoso. Se si è portato a casa il titolo di miglior dj del mondo secondo Resident Advisor per tre anni di fila, un motivo ci sarà. Se Lazzaro fosse al suo set si alzerebbe e ballerebbe. Dixon mette sottosopra il Modular e si porta a casa l’ennesima medaglia di “dj spaccatutto”.

Lasciamo il forum contenti degli show e della gente che ci ha circondato durante il venerdì, pensando che sarà difficile fare di meglio all’indomani. E invece i partecipanti del sabato ci sembrano presi meglio, più simpatici, più belli, più stravaganti. Ci viene voglia di fermarli uno ad uno e chiedergli se vogliono uscire con noi anche sabato prossimo.

Appena entrati ci fiondiamo al Frequency per vedere Peggy Gou, uno dei nomi con più hype di tutta la line-up. Purtroppo Peggy Gou ha cancellato lo show e noi non ce ne siamo accorti. Al suo posto pare ci siano gli italianissimi Marvin & Guy, ma noi sul palco vediamo solo Marcello. A prescindere dalla sorpresa, Marcello ci regala un set molto piacevole e che non ci fa rimpiangere per nulla Peggy Gou. Un set come lui, da ballare vestiti di nero e con gli occhiali da sole, un set chiaro e deciso come la Sambuca. Nonostante la fama internazionale di Marvin & Guy, Marcello vive a Barcellona. Il suo si può considerare l’ennesimo set a km0, e ci lascia con l’idea che l’organizzazione faccia davvero un buon lavoro con la programmazione degli artisti locali.

Migliorabile senz’altro la trasparenza dell’organizzazione rispetto ai cambi di line-up last minute.

marcello giordani dgtl

Dobbiamo fare uno sforzo per smettere di scappare da un palco all’altro e dedicare un po’ di tempo a visitare le installazioni artistiche. Sforzo pienamente ripagato, perché tanto Cluster 2.0 dei catalani Playmodes come Skyline di Boris Acket, Nick Verstand e Bob Roijen ci lasciano a bocca aperta. Entrambe le opere esplorano il rapporto tra spazio, tempo e percezione. Cluster è un cubicolo quadrato, Skyline è invece un tunnel dove luci e suoni reagiscono al passaggio di chi lo attraversa. Entrambe le opere ci ricordano quei luoghi remoti del subconscio dove si prova gioia e dolore allo stesso tempo e dai quali non si vorrebbe mai uscire.

skyline dgtl

Menzione a parte meritano l’installazione ad opera di Collec, fatta solo con rifiuti raccolti sulla spiaggia del Forum, e la mostra fotografica annessa. Lo meritano perché, a parte essere stimolanti visivamente e politicamente impegnate, ci ricordano che nel 2018 un altro modo di fare un festival esiste. Il DGTL ha smesso da qualche edizione di servire carne, usa il sistema del vuoto a rendere con bicchieri e bottiglie, ha creato un circuito nell’area ristorazione per far sì che tutti i rifiuti biodegradabili prodotti lì si possano trasformare in compost per le piante, e ha smesso di usare generatori a benzina per produrre energia, servendosi dell’enorme pannello solare che veglia sul Parc del Forum. Hanno l’obiettivo di essere un festival a zero emissioni entro il 2020, e sono già sull’ottima strada.

Conclusa la nostra esplorazione-ispirazione artistica e sociale ci dirigiamo all’Amp, che Honey Dijon sta mettendo letteralmente a ferro e fuoco. Ai piatti è divina e sfrenata, la sua musica un’esplosione di ritmo e melodia. In pochi minuti siamo convinti che questo sarà uno dei set più memorabili del festival, perché il pubblico si scatena e urla a ogni drop. Chi ama l’elettronica da ballo sa che una connessione così forte tra l’artista e il pubblico è solo possibile quando l’artista si consegna anima e corpo alla pista, quando con la sua selezione e tecnica riesce a raccontare una storia, che è un’arte diversa dal passare da una canzone all’altra.

honey dijon dgtl

Honey Dijon ci lascia con la voglia di ascoltare qualcuno che ci prenda per mano e ci diriga in posti immaginari, e non può esserci scelta migliore che Amelie Lens. La sua techno è violenta, veloce, e molto ritmata; ci ricorda quei momenti in cui il dolore si mischia al piacere e c’è una parte di te che vuole smettere e un’altra che vuole andare fino in fondo. La belga si conferma come una degli artisti più in forma del momento.

E poi arriva il momento di Koze al Modular. L’ora e il palco – il Modular – sono perfetti per la performance del tedesco, che ha da poco pubblicato il suo terzo album. Koze ha un’abilità sopraffina nel disegnare paesaggi che ricordano allo stesso tempo una stanza buia e una spiaggia tropicale, e si muove a proprio agio tra frequenze che fanno venire la pelle d’oca. Inoltre, le luci e i colori del Modular fanno diventare il set di Koze uno di quei momenti in cui i filtri di Instagram non hanno più ragione di essere.

Ci rintaniamo nell’intimità del Frequency per l’atto finale. Danilo Plessow – nome reale di Motor City Drum Ensemble – oggi è proprio ispirato, sorride più del solito, e con lui sorride anche la sua musica. E con la sua musica sorridiamo anche noi. Il Dr. MCDE ci somministra funk, disco, soul, musica brasiliana, house di quella buona che si faceva nei ‘90 e, quando suona l’ultima, l’applauso è ben meritato. Ci dirigiamo all’uscita con l’amaro e il dolce che solo un festival ben riuscito e divertente riesce a lasciarti. L’amaro del fatto che è finito tutto troppo presto, ma anche il dolce che ti ispira il sapere che manca un giorno in meno al DGTL 2019.

Articolo e foto di Stefano Romanelli
La foto di copertina è una gentile concessione del festival DGTL, mentre la prima in ordine di successione è di Tim Buiting

 

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