Emidio Clementi: istantanee di un cielo sempre in movimento

Quella che segue è un’intervista a uno degli artisti che noi di Spacebar amiamo di più. Le sue parole hanno influenzato e influenzano ancora il nostro modo di essere. Alla sua maniera, abbiamo deciso di non fare troppi giri di parole per descrivere quanto segue, potrebbero rovinarne la bellezza, è semplicemente un’intervista a Emidio Clementi.

1) “Tutto quello che avrei voluto era essere lui [Jim Carroll] nell’attimo in cui canta «mi sento come il soffitto di una chiesa bombardata». Credo che in quel periodo la mia vita fosse tutta lì” (da Inverno 85, album Lungo i bordi). Puoi dirci in due parole in che modo ha influito la provincia marchigiana sulla tua crescita personale e artistica?

In provincia non ci sono molte distrazioni. Ci si rivolge allora ai libri e ai dischi, si stimola l’immaginazione. San Benedetto per me è stata un’incubatrice. Quando me ne sono andato da lì avevo già un gusto piuttosto solido. Sapevo quello che mi piaceva e quello di cui potevo fare a meno, al di là delle mode. È un’eredità a cui ancora oggi attingo, fondamentale per il mio stile.

2) Poi arrivano Bologna e la Svezia. Ecco, che cosa puoi raccontarci dell’impatto di queste due nuove dimensioni sulla tua vita?

A Bologna ho incontrato altre persone con i miei stessi gusti. Sono state loro il mio primo pubblico. Un pubblico ristretto, ma attento e partecipe riguardo a quello che scrivevo. In Svezia invece ho passato un periodo molto solitario. Ho conosciuto nuovi aspetti di me, zone mai esplorate prima, e non credo di essermi piaciuto molto. Tant’è che quando sono tornato indietro avevo un gran bisogno di socialità, di buttare fuori le parole che avevo dentro, in qualche modo di liberarmi di me.

3) Il nome della tua prima band, i Massimo Volume, deriva dall’uso di una strumentazione di fortuna che vi costringeva ad alzare al massimo il volume per potervi sentire. Sono passati quasi 30 anni da quel momento e la condizione degli aspiranti musicisti in Italia, ma non solo, non è cambiata molto. Si fa ancora molta fatica a trovare strutture che possano in qualche modo innescare l’esplosione del talento musicale italiano. Credi che una condizione simile possa far bene o male alla musica nel nostro paese e perché?

Sono contrario agli aiuti statali. La musica, come tutta l’arte, quando ha qualcosa da dire, riesce a farsi strada malgrado tutto. Scegliere di cominciare a scrivere canzoni o libri significa andare incontro a un’esistenza di precarietà, senza alcuna certezza, né di successo né di guadagno. Se si prende quella strada è perché non se ne può fare a meno. Quello che si raccoglie non è importante. Non deve riguardarci.

massimo volume

4) Credi sia possibile rintracciare un momento del passato che ha plasmato il tuo particolare stile vocale?

Avere come coinquilino Manuel Giannini è stato utile. Con gli Starfuckers, lui prima di me, aveva sperimentato un parlato piuttosto ruvido, che lasciava molta libertà alla scrittura. Ai tempi di Stanze è stato sicuramente un mio modello. Così come lo è stato Catholic boy di Jim Carroll, per la capacità di forzare i versi di una canzone. Carroll esprimeva pensieri che di solito non si ascoltano nei testi. Volevo farlo anch’io, a mio modo.

5) Nel 1993, con i Massimo Volume, avete registrato il vostro primo album, Stanze. Puoi dirci che cosa volevate esprimere al mondo con l’album d’esordio?

Eravamo attratti dalla realtà, dal suo continuo divenire, l’unica certezza a cui ci si può appigliare. Allo stesso tempo eravamo alla ricerca di un suono urbano, duro, ipnotico, claustrofobico. Non volevamo abbellimenti. Abbiamo registrato il disco in meno di una settimana, in uno studio specializzato in liscio. I tecnici non vedevano l’ora che ci togliessimo dai piedi. Non ne potevano più di tutti quei larsen e di quei riff ossessivi. A volte interrompevano la registrazione. “Sono tre minuti che fate lo stesso giro” si giustificavano “non è abbastanza?”.

6) Con i Massimo Volume seguono altri tre album e una colonna sonora per il film Almost Blue, poi la rottura dal 2002 fino al 2008. Infine, arriva il Traffic – Torino Free Festival, dove decidete di suonare su invito di Manuel Agnelli e di dividere il palco con Patti Smith e Afterhours davanti a un pubblico di circa 10.000 persone. Dopo questo concerto decidete di riunirvi per un nuovo album. Ci puoi raccontare quei momenti, che cosa ricordi e qual è stata la scintilla che vi ha fatto tornare a suonare insieme?

Torino è stato uno dei momenti più emozionanti della mia vita. Tutta quella gente! Si percepiva che il nostro ritorno sulla scena era un momento speciale anche per il pubblico che avevamo davanti. Ma è stato nei giorni precedenti, durante le prove, nel ritrovare d’incanto il nostro suono, che abbiamo pensato a un nuovo disco. Non siamo mai stati vittime della nostalgia. Il passato non ci interessava. Da subito ci siamo detti che, se volevamo tornare a suonare insieme, serviva del materiale nuovo, confrontarci con il presente.

7) Oltre ai Massimo Volume, ti conosciamo per le tue innumerevoli collaborazioni, per il progetto El Muniria, per Sorge, per Quattro Quartetti, per i tuoi libri e per altro ancora. Citando proprio le tue parole nella canzone Stanza 218 di El Muniria, “Mi scrivi per sapere che tempo fa dentro la mia testa”, ci puoi dire che tempo fa dentro la tua testa in questo momento? Ci puoi dire qualcosa sui tuoi progetti artistici per il futuro?

Vivo costantemente in un clima variabile. Non so mai come starò il giorno dopo. Correnti fredde e calde si alternano, determinando il mio umore. Ho imparato a convivere con un cielo sempre in movimento. Sono una persona inquieta e forse alla mia inquietudine ho finito per affezionarmi. Non aspiro alla felicità, che -a immaginarla- mi fa venire in mente il Paradiso di Dante. Un posto troppo illuminato, dove non succede mai niente.

quattro quartetti

8) Nel libro Istantanee d’inquietudine, di Norberto Luis Romero, c’è un racconto intitolato I sogni degli altri. Parla di un mondo in cui nessuno riesce più a sognare e il protagonista, Daniel, è l’unico a poterlo fare. Inoltre, riesce anche a sognare i sogni degli altri. Ecco, se tu fossi Daniel, c’è un personaggio del panorama musicale/artistico a cui ti piacerebbe raccontare un suo sogno e perché?

Non sto molto attento ai sogni. Quando qualcuno mi racconta i suoi spesso mi annoio. Ma ci sono persone con cui mi piacerebbe confidarmi o, ancora di più, ascoltare il loro punto di vista sul mondo. Penso a Eliot, a Nietzsche, a Marco Aurelio. Passare un pomeriggio con loro, prestare attenzione anche solo alla loro gestualità, sarebbe forse il dono più grande che -seppure impossibile- potrei ricevere.

9) Personalmente, mi è capitato di ricevere e/o inviare numerosi messaggi/lettere in cui l’autore citava i tuoi testi. Immagino sia per una enorme ammirazione nei tuoi confronti, ma anche per la tua incredibile capacità di disegnare paesaggi saturi di emozioni. Come ci si sente a sapere che in Italia c’è una generazione di ragazzi e ragazze che è cresciuta immersa nelle cose che scrivi?

Mi fa un immenso piacere. Riuscire a volte a trovare parole anche per loro. Da un senso di vicinanza ineguagliabile, anche se magari il significato che danno alle mie parole a volte è diverso da quello che avevo in mente io. Va bene lo stesso. Spesso anzi rimango stupito da certe interpretazioni, più profonde di quelle che erano le mie intenzioni.

10) Immagina di poter formare una band con musicisti di ogni epoca, del passato e/o del presente. Con chi ti piacerebbe intraprendere un viaggio simile?

Sono molto legato a Vittoria e a Egle, al suono che abbiamo. Non sento il bisogno di sostituirli. Però ecco, ci sono musicisti, che posseggono una voce molto riconoscibile e che amo: penso a Coltrane, alla chitarra di Lee Underworld nei dischi di Tim Buckley, a Satie, a Basinsky, alla voce di Sinatra o a quella di Cohen. Mi basta ascoltarli per essere trasportato lontano da dove sono.

11) Immagina questa scena come se fosse quella di un film: c’è un uomo moribondo in un letto e al suo capezzale c’è solo un ragazzino, avrà 15 anni al massimo. Il ragazzino chiede all’uomo di lasciargli una serie di libri che racchiudano in qualche modo il suo manifesto letterario, il messaggio che ha voglia di trasmettergli prima di morire e che lo aiuteranno ad affrontare il mondo. Se fossi tu quell’uomo, quali libri gli lasceresti?

I racconti di Lucia Berlin, l’opera completa di Philip Roth, le poesie di Tony Harrison, quelle di Donne, di Eliot. Ma sarebbero scelte mie. Proverei piuttosto a invogliare quel ragazzo alla lettura, perché ognuno ha la propria sensibilità, un suo mondo interiore.

12) Salutaci con una canzone che desideri ti accompagni in questa intervista.

Tangled up in blue di Bob Dylan.

Intervista di Stefano Iuliani a Emidio Clementi

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