Gravità Permanente: un salto per poi tornare a toccare il suolo

Oggi abbiamo deciso di chiacchierare con Stefano Romanelli di Dublab.es, che una volta al mese ci prende per mano per guidarci in un viaggio musicale in Italia, facendoci sognare con perle di cui è costellato solo il nostro paese. Il mixtape mensile si chiama Gravità Permanente. Scopriamo di cosa si tratta!

1) Che cos’è Dublab.es?

Essendo entrato a far parte della famiglia da settembre, sono ancora in una fase di scoperta e di stupore di quante cose alla volta Dublab.es riesca a essere. La descrizione più accurata che riesco a formulare è che Dublab.es sia un contenitore di idee. Al di là di ciò che si vede dalla superficie, ovvero la radio, Dublab.es è soprattutto e in primo luogo un collettivo di persone mosse dalla stessa passione per la musica e l’arte. In secondo luogo, è un collettivo che condivide una maniera “altra” di vivere la musica, cercando di discostarsi dai canoni che qualcuno definirebbe “convenzionali”. Quello che sono sicuro di poter affermare è che qualsiasi persona graviti nell’orbita di Dublab ha un rispetto e una venerazione per la musica e l’arte in generale che poche volte avevo visto prima.

dublab

Sarebbe impossibile spiegare i mille modi in cui Dublab.es è impegnata nel fomentare la scena locale, però posso dirti di aver conosciuto in pochi mesi di “militanza” una gran quantità di persone che trasudano musica da ogni poro. Persone che vengono da paesi, culture e ambienti differenti tra loro ma che convergono tutte nello stesso punto reale ma immaginario che è la radio. Non c’è stata una – e dico una – conversazione con uno dei collaboratori della radio da cui io non sia uscito più ricco, più curioso e con più entusiasmo di come ero prima di entrarci. Una cosa che mi piace sempre rimarcare in un mondo così business-oriented e volto al consumismo è che Dublab è una radio non-profit.

2) Parlaci di Gravità Permanente. Quando nasce? Perché questo nome e qual è il tuo pubblico di riferimento?

Gravità Permanente è nato la scorsa estate. Pedro (Magina, a.k.a. Di Maggio) ha un altro progetto, Maresme, di cui fa parte anche uno dei fondatori della radio, e aveva già collaborato con loro in passato. Gli abbiamo proposto di fare uno speciale sulla musica italiana ed è stato amore a prima vista. Credo sia vero ciò che si dice del made in italy, ovvero che sia apprezzato ovunque, se solo prestassimo più attenzione alla considerazione che il resto del mondo ha di noi italiani.

Ad ogni modo, all’inizio avevamo un’idea di trasmissione più “underground”, volevamo concentrarci soprattutto sulla library music e le colonne sonore. A un certo punto però, ci siamo resi conto che il primo formato a cui avevamo pensato ci andava un po’ stretto, credevamo che la musica italiana avesse molto più da dire, e che anche noi avessimo molto di più da raccontare sulla musica italiana. L’esserci liberati di confini quali genere e periodo ci permette di spaziare molto di più e di andare a scavare in angoli della più recente storia musicale italiana che sono tanto belli quanto interessanti.

Riguardo al nome del programma, avevamo pensato a decine di nomi e Gravità Permanente è stato l’ultimo che ci è venuto in mente, giusto il giorno prima della chiusura del palinsesto. Io ero in Italia e Di Maggio in Portogallo e non smettevamo di mandarci messaggi con potenziali nomi. Avevamo pensato ad Amarcord, Onde, La Cura e ne potrei citare almeno un’altra ventina. Il nome Gravità Permanente è innanzitutto un riferimento a Battiato, però soprattutto all’unica sua canzone che conoscono tutti. Non si può dire che la musica di Battiato sia di facilissimo ascolto, però se fermi 100 persone per strada chiedendogli di canticchiare “Cerco un centro di gravità permanente”, tutti sarebbero in grado di farlo. Io credo che, senza nemmeno averci pensato troppo su, Gravità Permanente rispecchia perfettamente noi due, ma anche la nostra generazione. Il testo della canzone di Battiato è pieno di citazioni colte che tutti sappiamo recitare ma che nessuno sa da dove vengano, la melodia è un invito a ballare ma le stesse due parole Gravità e Permanente contrastano con l’idea e invitano a restare coi piedi per terra. Gravità Permanente vuole essere un po’ questo: la melodia, il racconto, la suggestione, un salto per poi tornare a toccare il suolo.

Il pubblico di riferimento sono tutte le persone a cui piace non soffermarsi sulle apparenze, sulle prime impressioni. La musica che abbiamo selezionato finora non sarà stata la più “facile”, ma ci siamo sempre preoccupati che ogni canzone proposta finora potesse pizzicare qualche corda delle emozioni umane e che avesse una storia da raccontare.

Dal punto di vista personale, Gravità Permanente è anche un ritorno alle mie radici, radici di cui non mi sono accorto finché non me ne sono allontanato emigrando, perché sguazzavo dentro di loro. I miei genitori si sono davvero conosciuti nella radio che emetteva dal mio paesello tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli 80. Quando avevo 12 anni mi è stato regalato un piccolo boombox, uno di quei mangianastri a due cassette e io passavo interi pomeriggi e serate a raccogliere tutte le cassette che c’erano in casa e crearne di nuove con le mie canzoni preferite. Ho poi iniziato a mettere i dischi (o come piace dire ai più, “a fare il DJ”) quando avevo 15 anni e al giorno d’oggi non conosco nessuna maniera migliore per esprimermi artisticamente se non raccontare storie con e attraverso la musica.

radio cilento
Mia madre sullo sfondo

Nonostante ciò il mio rapporto con la musica italiana è sempre stato passivo, nel senso che la musica cantata in italiano a cui mi sono appassionato da piccolo è davvero poca. Più che altro vivendo in Italia molta di questa ti viene letteralmente gettata addosso. È stato solo in un secondo momento, e solo quando la mia cultura musicale “estera” si è iniziata ad arricchire, che ho potuto capire quanto la musica che ascoltavo da piccolo fosse stata importante per il gusto musicale che ho oggi. Non ero nemmeno così cosciente delle mie origini campane fino a quando non mi sono misurato con un’altra realtà (in questo caso Barcellona, dove ci sono tanti stranieri ma anche tanti italiani che vengono da qualsiasi longitudine dello stivale). C’è infatti almeno una canzone napoletana in ognuna delle tre prime trasmissioni.

radio cilento
Mio padre intervistando Domenico Modugno

Anche l’esperimento di confrontare le mie radici con quelle di Di Maggio, che è portoghese ma ha vissuto in italia e sposato un’italiana, è ogni volta molto interessante, perché senz’altro la percezione dell’italia e della musica italiana che abbiamo è molto diversa. Io sono pieno di pregiudizi dettati dal fatto di essere cresciuto con alcuni artisti e/o canzoni, mentre lui ne apprezza solo la bellezza e non ne sente il peso culturale che ne sento io. Tra l’altro lui viene dalla musica ambient, mentre la mia selezione tende sempre ad essere dancefloor oriented, quindi si creano degli equilibri (o squilibri) davvero interessanti da vivere ed elaborare.

3) Sul sito di Gravità Permanente si legge “cresciuto negli anni ’90, in mezzo a vinili, cassette e CD che gli hanno consentito di capire che la musica è il suo modo di raccontare storie, perché non riusciva a evitare di prendere lo stereo di casa per creare mixtape per le gite scolastiche”. Detto questo, fammi un mixtape con 3 canzoni, 1 libro e 1 serie tv che rappresentano te e la tua trasmissione.

Molto volentieri) (proprio oggi ho scoperto che i russi usano una parentesi alla fine del testo per indicare una risposta cortese ma non troppo mielosa. Un mezzo smiley, diciamo). Ho scelto una canzone da ognuno dei 3 episodi di Gravità Permanente trasmessi finora e ne ho fatto un mixtape:

Lucio Dalla – Washington

Pino D’Angiò – Lezione D’amore

Mina – Capisco

(Mixate l’una con l’altra sarebbero una favola!)

Bonus Track: Pino Daniele – Tarumbó (col testo in Parlesia, la lingua segreta dei musicisti napoletani, una chicca! )
Libro: Quello che sto leggendo ora: Valerio Mattioli, Superonda – Storia Segreta della musica italiana.

Serie: WestWorld

4) Viviamo entrambi in una città in cui di festival ce ne sono davvero 365, uno al giorno. A parte qualche sana realtà che resiste, perché in Italia è così difficile organizzare un festival?

Io credo che il problema sia culturale. Il termine “cultura” racchiude molte sfumature, tra cui le abitudini, gli atteggiamenti e le interazioni tra le persone che fanno parte di una comunità. In Italia innanzitutto siamo decisamente troppo conservatori, se mi permetti il termine, riguardo all’offerta. Tutto ciò che non rispecchia i canoni “convenzionali” viene spesso boicottato, e la cosa più triste è che molto spesso proprio dagli addetti ai lavori. Qui subentra il tema attitudine. Quello che ho notato qui è che se hai un’idea ed è valida, in zero secondi trovi molte persone disposte a supportarti, anche se il supporto è solo il parlare bene della tua idea a un’altra persona. Per farti un esempio, In Italia ho collaborato durante varie edizione all’organizzazione di un festival di eventi e festival di musica indipendente. In una occasione, dopo esserci fatti in quattro per avere tutto in regola a livello burocratico, alle 11:00 avevamo già i vigili urbani lì a dirci di “abbassare il volume” perché davamo fastidio al vicinato. Erano due serate d’estate, in una cittadina dove gli altri 363 giorni dell’anno non succede quasi nulla. Ti parlo di cittadina perché è lì che sono cresciuto, ma credo che l’atteggiamento provinciale si rifletta anche nelle grandi metropoli alla stessa maniera. Non credo che qui, ad esempio, i vicini della zona Besós, dove si tiene il Primavera Sound, siano i più contenti della città, ma dietro ci sono le istituzioni a sostenere i progetti e le attività che muovono le masse giovani e le attraggono verso la città.

Nel 2017 il modo della gente di divertirsi è cambiato e, tanto nell’offerta come nelle infrastrutture, l’Italia non è saputa stare al passo coi tempi su come interpretare la nuova maniera di vivere il tempo libero. Anche a livello di infrastrutture: qui quando c’è un concerto o un festival si organizzano servizi straordinari di bus, navette o addirittura la metropolitana aperta tutta la notte. Immagino che chi vuole andare a un festival in una città come Roma deve per forza avere la macchina e/o un santo in paradiso.

Credo anche che ci manca un po’ di senso civico nel vivere certi tipi di eventi. In Italia ho lavorato anche come PR e quando ero più giovane ci passavo intere nottate in discoteca. Nonostante ci fossero in giro un sacco di camicie, mocassini, e bottiglie importanti, le persone avevano spesso un atteggiamento maleducato, invadente e poco costruttivo. Guai a calpestare per sbaglio il piede di qualcuno, o a incrociare lo sguardo con la persona sbagliata. Qui invece se incroci lo sguardo con qualcuno ricevi un sorriso, o molto spesso ti viene chiesto “scusa” anche se sei stato tu a calpestare l’altra persona. Barcellona da questo punto di visto mi ha aiutato a capire cosa fosse e quanto fosse piacevole la clubbing culture.

Comunque non voglio fare quello che sputa nel piatto dove mangiava fino a ieri e posso dire che finalmente qualcosa si muove anche in italia. Penso a esempi come il C2C di Torino, o senza il bisogno di andare così lontano e restando in campania a eventi come il Disorder a Eboli, un sacco di persone a Salerno che provano a fare le cose per bene (come Locatelli) e con gusto, penso agli eventi Soluzione e Black Vibration o a quello che mi piace chiamare il “nuovo Napolitan sound” della cricca di Nu Guinea, Mystic Jungle Tribe, agli artisti che gravitano attorno al negozio di dischi Futuribile Records ecc.

5) Qual è la canzone con cui chiuderesti questa intervista?

Arthur Russell – This is How We Walk on The Moon, uno dei più bei regali che ci abbia potuto fare il secolo XX. È anche un po’ a tema con Spacebar e con un concetto di “gravità permanente” e si sposa col libro che ho suggerito su.

In attesa della puntata di lunedì 4 dicembre, godetevi il primo podcast di Gravità Permanente

Intervista di Stefano Iuliani a Stefano Romanelli di Dublab.es

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