Il ritorno dei Giardini di Mirò parte da Barcellona

Sono uno dei capisaldi della musica indipendente italiana dagli anni Duemila e sfuggono a qualsiasi tipo di categorizzazione per il loro eclettismo. A quattro anni da Rapsodia Satanica, i Giardini di Mirò stanno per tornare con un nuovo album.

La loro musica, piena di violenza e amore, trasuda emozioni. Con le sue strutture circolari e l’alternanza di quiete e laceranti deflagrazioni, è stata la colonna sonora dei ventenni più introversi degli anni Zero, ma non solo. I GdM, dopo oltre vent’anni di carriera, sono quella che si può definire una band consapevole, che oscilla tra forti radici, quelle della provincia italiana, e internazionalismo spinto.  Il loro percorso artistico li ha portati a esplorare diversi territori sonori fino a confrontarsi anche con la dimensione cinematografica, ma conservando sempre un’identità musicale ben definita che li contraddistingue e continua a farceli amare.

Presto si esibiranno all’AMFest di Barcellona dove presenteranno alcuni brani del loro nuovo lavoro. Noi di Spacebar li abbiamo intervistati all’alba di questo nuovo inizio. Ecco cosa ne è venuto fuori:

“Nel paese dove è nata Orietta Berti c’è Piazza Lenin e in mezzo un busto di Lenin” raccontavano gli Offlaga. In quel paese ci sono nati anche i Giardini di Mirò. Quanto deve la vostra musica a Cavriago, la Piccola Pietroburgo?

Sicuramente abbiamo un debito con le scelte amministrative passate del nostro comune. Il fatto di avere una fonoteca comunale dove era possibile ascoltare e prendere in prestito dischi di band come Sonic Youth, Fugazi, Buffalo (solo per citarne alcune) e una biblioteca che permetteva di leggere le migliori riviste musicali gratuitamente è stato importante per la nostra formazione musicale nei primi anni ’90. Sempre il comune a metà anni ’90 ha aperto un centro musicale attrezzato per concerti con una sala prova decisamente economica ma efficiente che è stata la nostra casa per parecchi anni. Più che al paese in sé dobbiamo molto alle politiche culturali fatte dai suoi amministratori.

Negli anni le vostre sonorità hanno subito progressive contaminazioni ed evoluzioni, ma quali sono stati gli ascolti giovanili che vi hanno spinto a diventare i Giardini di Mirò?

Sonic Youth su tutti, se c’è una band che ci ha cambiato la vita e ci unisce è sicuramente quella capitanata da Thurston Moore. I Giardini decidono di diventare una band strumentale dopo aver ascoltato il 12″ uscito per Sonic Youth Record intitolato Anagrama, e il nostro primo pezzo strumentale era la cover di “Mildred Pierce” sempre del gruppo newyorkese. Insomma, non ci sono dubbi.

Sulla vostra raccolta Hits for broken Hearts and Asses c’è una dicitura: Please note: this is not italian prog-rock. Spesso la vostra musica è stata etichettata come post-rock, shoegaze, psichedelia o noise. Dopo 20 anni di carriera, come definireste la vostra musica?

Siamo nati come band post rock e questo si può sentire molto bene in tutta la nostra produzione musicale. È però vero quello che dici tu, ovvero che nella nostra musica convivono tante influenze diverse e quindi è difficile inserire e incasellare con precisione il nostro suono. Insomma, non ho una risposta precisa e tutto sommato penso che questo sia un bene.

I GdM vantano svariate collaborazioni con artisti italiani e internazionali. Qual è la collaborazione a cui siete più affezionati e perché? C’è qualcuno con cui vi piacerebbe collaborare? È concesso sognare 🙂

Personalmente sono molto legato al lavoro fatto con Glen Johnsonn dei Piano Magic. mi ha sempre impressionato la sua abilità nello scrivere testi allo stesso tempo feroci e romantici. Le sue parole non sono mai banali e lasciano il segno. Per il futuro, concediamoci una follia, dico Brian Eno ma difficilmente troverà il tempo per una piccola band italiana dal budget ridotto.

La colonna sonora originale di Rapsodia Satanica è stata definita dal suo compositore un lavoro “lungo, improbo e difficilissimo”. Indubbiamente la vostra musica è evocatrice di immagini, ma com’è comporre musica quando le immagini ci sono già?

Comporre musica per immagini ti toglie l’incubo dello spartito in bianco: quando lavori con le immagini hai una guida (le immagini e i messaggi che veicolano anche attraverso le emozioni) e dei perimetri (tempo del film) che ti aiutano nel lavoro di composizione. Esagero dicendo che è meno stressante comporre una colonna sonora rispetto allo scrivere canzoni, perchè si ha una maggiore libertà nelle scelte sonore e strutturali. Ci è sempre venuto più facile osare lavorando alle musiche da film.

Siete spesso in giro per l’Europa, cos’è che più vi piace di suonare all’estero? La scaletta per il pubblico internazionale è diversa da quella che proponete in Italia?

Cerchiamo di proporre sempre una scaletta simile, capace di descrivere il gruppo in quel dato momento storico ma che sia anche rispettosa della nostra storia. Ci siamo sempre visti come una band internazionale e quindi non abbiamo scalette differenti per i vari territori. Ovviamente se siamo invitati a suonare in un festival dedicato al post rock ci concentriamo maggiormente sulle partiture strumentali anche se normalmente mischiamo canzoni a momenti di sola musica.

Sarete a Barcellona per l’AMfest. Qual è la band/artista con cui condividerete il palco che più fa emozionare? (Io azzardo The Notwist!) Tra i meno famosi, chi consigliate di tenere d’occhio?

Ci hai preso, siamo molto felici di suonare con i Notwist, band che adoriamo e rispettiamo profondamente. mi piacerebbe anche sentire il concerto di Owen, progetto secondario del chitarrista della band post rock American Football.

All’AMF presenterete il vostro nuovo album che uscirà a brevissimo. Tre parole per descrivere il vostro nuovo lavoro.

Presenteremo tre nuovi brani dal nuovo lavoro. Tre parole: romantico, stratificato, classico.

Una canzone, un libro e un film/serie TV con cui desiderate concludere questa intervista

Canzone: Drop Nineteens – Winona
Libro: Kent Haruf – Benedizione
Serie tv: Homeland

Intervista ai Giardini di Mirò di Gemma Capezzone

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