La musica è tra le cose più serie al mondo

I lavoratori del settore della cultura sono i grandi penalizzati della discussione politica e pubblica sulla tutela del lavoro in stato d’emergenza, nonostante siano stati tra i primi a subire le conseguenze del lockdown e saranno sicuramente tra gli ultimi a poter riprendere a lavorare. Per quanto riguarda il mondo della cultura, la mancanza di tutela e normative adeguate ai tempi che corrono non è però una novità: l’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia ha reso solo più evidenti le problematiche che erano già all’ordine del giorno per i lavoratori del settore. Infatti, ancora oggi si fatica a riconoscere il comparto culturale come una realtà lavorativa a tutti gli effetti. Al contrario, viene ancora considerato come un passatempo, anche nel caso di grandi professionisti dell’attività culturale. Emblematiche sono state le parole del presidente del consiglio Conte che, durante la conferenza stampa di presentazione del decreto li ha definiti “gli artisti che tanto ci fanno ridere e appassionare”, definizione che lascia sbigottiti su quanto sia ancora complicato chiamarli con il vero nome “lavoratori e lavoratrici della cultura”, continuando così ad alimentare quel vecchio detto, sentito e risentito, per cui “con la cultura non si mangia”.

Il loro mancato riconoscimento come veri e propri lavoratori non è solo una peculiarità dello Stato, ma spesso anche le persone comuni, o peggio ancora i professionisti del settore, non li riconoscono come tali. Basti pensare che il 90% di questi non è iscritto a nessun sindacato che li tuteli. Il vero fulcro del dibattito riguarda però i contratti: è infatti il datore di lavoro che ha il compito di scegliere il contratto collettivo da applicare e che spesso non rispetta le tipologie del CCNL (Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro), questo perché le figure che lavorano in questo mondo prevedono spesso ruoli lavorativi particolarmente soggetti a flessibilità e caratteristiche specifiche a seconda della sfumatura del ruolo ricoperto. Inoltre, nella maggior parte dei casi, le collaborazioni sono piuttosto brevi o al massimo stagionali, passaggio che rende ulteriormente complicata la regolarizzazione all’interno del mercato del lavoro.

 

Bauli in Piazza Milano

 

Oggi, infatti, ma soprattutto in questo periodo di emergenza, autonomia e autosufficienza economica sono ardui obiettivi da raggiungere per i lavoratori operanti nel mondo della cultura. In molti casi sarebbe cruciale incoraggiare i lavoratori all’aggregazione, a una maggiore sensibilizzazione sul tema dei diritti e verso un’unione più omogenea per lottare per delle rivendicazioni comuni come ammortizzatori sociali e sostegni al reddito. L’aggregazione rappresenta un appiglio non di poco conto per dare voce ai bisogni assoluti causati dai forti vuoti e dalle immense lacune di politiche inesistenti. La dimensione della collettività è indispensabile non solo tra colleghi, ma anche e soprattutto all’interno della dinamica relazionale tra pubblico e prodotto artistico, che costituisce il nocciolo del settore culturale, nonché quell’ossigeno che è venuto a mancare con l’emergenza.

Si sta dibattendo, quindi, di come poter dare vita a una “restituzione” del prodotto artistico al pubblico, cercando di instaurare e immaginare nuovi percorsi che possano diventare il punto d’incontro tra artisti e fruitori sempre in linea con le misure restrittive. L’aspetto della restituzione in forma fisica è sicuramente tra i più importanti: qualunque sia il contesto, gli assembramenti che avvenivano nelle sale cinematografiche, dei teatri e dei locali sono inimmaginabili allo stato attuale, con ovvie ricadute anche sull’economia della “cultura dal vivo”. Inoltre, dalle autorità politiche non c’è stato né un briciolo di slancio nel provare a trovare una soluzione finanziando degli studi scientifici né un’intercettazione di tutte quelle ricerche svolte per trovare un metodo adatto alla ripartenza degli eventi dal vivo applicate in altri paesi, tra tutti la Germania, il Regno Unito e la Spagna, che potrebbero essere un modello per l’Italia in un prossimo futuro.

 

I nostri diritti

 

Infatti, nel Land Sassonia-Anhalt, il 22 agosto, al Quarterback Immobilien di Lipsia, è andato in scena l’esperimento Restart-19, ideato dall’Università di Halle e finanziato per un milione di euro dal Ministero della Scienza, che vuole mettere in evidenza come la pandemia si diffonda durante gli eventi indoor di massa e i risultati potrebbero aiutare a far ripartire gli eventi musicali e non solo. Di fatto i risultati sono stati resi noti il 29 ottobre e lo studio condotto ha contribuito a rendere un po’ più chiare le strategie necessarie per l’organizzazione di un evento. Per l’esperimento era stata scelta l’Arena di Lipsia, che normalmente ha una capienza di 12.200 persone, e per l’occasione la capienza è stata ridotta a 4000 e la partecipazione finale allo studio è stata di 1500 volontari in buona salute e preventivamente sottoposti a test per Covid-19. La ricerca era stata condotta con tre differenti scenari per tre diversi concerti del cantautore pop Tim Bendzko:

  • uno senza misure di distanziamento sociale;
  • uno con igienizzazione, mascherine e misure ridotte di distanziamento;
  • uno con misure più restrittive, audience ridotta del 50% e distanziamento di almeno 1,5 metri tra le persone.

Al fine di mappare il comportamento del pubblico, i partecipanti erano inoltre muniti di sensori contact tracer che ne rilevavano la posizione e la distanza l’uno dall’altro e sono stati impiegati disinfettanti fluorescenti per stabilire quali superfici toccassero maggiormente. È stato infine effettuato anche uno studio sui flussi d’aria dell’impianto di ventilazione dell’arena. Tra i principali risultati rilevati dagli studiosi dopo l’analisi dei dati troviamo:

– il numero totale di contatti prolungati tra persone per diversi minuti è relativamente basso e viene significativamente ridotto dalle misure di distanziamento sociale;

– il numero maggiore di contatti si verifica nella fase di ingresso del pubblico e nelle pause, dunque è importante un numero di ingressi maggiore e la presenza di flussi di spostamento unidirezionali per gli spettatori;

– una scarsa ventilazione può incrementare significativamente il numero di persone esposte a rischio di contagio in presenza di una persona infettata;

– il consumo di cibo o bevande deve avvenire ai posti a sedere o nelle zone assegnate in modo da evitare contatti tra le persone ai bar;

– il 90% delle persone è incline all’uso della mascherina per poter partecipare a questo tipo di eventi.

 

Restart-19 Lipsia

 

Anche il Regno Unito si è mosso a tempo debito per trovare delle soluzioni realisticamente realizzabili e che soprattutto rispettassero le norme di sicurezza di distanziamento. L’appuntamento per gli inglesi si è svolto il 12 agosto presso la Virgin Money Unity Arena di Gosforth Park a Newcastle, allestita con 500 piattaforme elevate dove hanno potuto trovare spazio non più di cinque persone ciascuna, per un massimo totale di 2500 spettatori. Le strutture erano distanziate rispettando al millimetro le regole del distanziamento sociale: ogni postazione, realizzata con tubi in metallo simili a quelli delle impalcature per le ristrutturazioni edilizie, era posizionata di fronte al palcoscenico e separata l’una dall’altra da due metri. Le persone, per potersi spostare negli spazi comuni, tra una pedana e l’altra, avevano l’obbligo di indossare la mascherina. Libertà, invece, all’interno della piattaforma.

 

Newcastle concerto

 

Mentre in Spagna, il Primavera Sound (organizzazione che muove i fili dell’omonimo festival) e Fundación Lucha contra el Sida y las Enfermedades Infecciosas (Fondazione per la lotta contro l’AIDS e le Malattie Infettive) hanno preparato uno studio clinico con l’obiettivo di stabilire l’efficacia dell’esecuzione dei test rapidi antigenici per il SARS-CoV-2 come strategia di screening dei partecipanti a un evento musicale in ambiente chiuso. Lo studio doveva avere luogo nel mese di ottobre presso la Sala Apolo di Barcellona, ma è stato rimandato a dicembre per le misure anti-COVID adottate dalla Generalitat della Catalogna. È prevista la partecipazione di un migliaio di persone.

Sempre in Spagna, è andato in scena dal 4 al 6 dicembre scorso l’AMFest, festival di musica rock molto noto a Barcellona. La location storica (la fabbrica Fabra i Coats) è stata abbandonata per realizzarlo all’aperto, nel celebre castello di Montjuic. Le misure restrittive applicate sono state le seguenti:

1) evento all’aperto;

2) distanziamento di 2 metri dagli altri partecipanti (tutti seduti in gruppi di 2 o 4 conoscenti);

3) servizio al bancone proibito; si alzava la mano per essere serviti da un cameriere; pagamento rigorosamente contactless;

4) ci si poteva alzare solo per andare in bagno o andare a fumare all’esterno della location.

 

AMFest

 

Tra le realtà “culturali” europee considerate, la restituzione del prodotto artistico risulta un elemento fondamentale in una categoria di attività colpita ferocemente dalle restrizioni delle due fasi della quarantena: le attività musicali, tenute in piedi dalle professioni degli organizzatori, degli imprenditori e dei tecnici del suono e delle luci. Decine di migliaia di persone, professionisti del settore, hanno perso dall’oggi al domani un lavoro che non può riconvertirsi alla logica dello smart-working, oltre al fatto che in molti si ritrovano a dover sostenere le spese che prevede la loro attività, come ad esempio gli affitti dei locali e dei magazzini per i service. Tutto ciò dovrebbe portare a una riflessione collettiva in vista di gettare le basi per una riforma del settore che possa portare reali cambiamenti in futuro.

La burocrazia italiana è complessa su certi temi e tra i lavoratori dello spettacolo c’è chi convive con l’opprimente sensazione di potersi ritrovare in una situazione di non tutela da parte dello Stato. Importanza cruciale avrà in questo senso la riorganizzazione post-emergenza del settore, proprio per quanto riguarda le tipologie di tutela nei contratti dei professionisti, che dovranno essere ritagliate sulle specifiche peculiarità dei lavoratori della cultura. Ma per ora lo Stato italiano, dall’inizio della pandemia, ha pensato solo di tamponare la crisi del mondo dello spettacolo stanziando fondi economici in quantità non adeguate alla situazione e lasciando fuori da questi molte figure lavorative. Ovviamente non vanno dimenticati tutti quei lavoratori che rimangono senza ammortizzatori sociali e sussidi perché assunti e pagati in nero.

Davanti all’impreparazione politica dell’Italia, le star della musica provano a fare quadrato per salvare il settore e i lavoratori del mondo dello spettacolo messi in crisi dalla pandemia. Il progetto si chiama “Scena Unita”, l’idea è partita dal cantante/rapper Fedez che lo presenta come “moto spontaneo di coesione senza un capogruppo o portavoce” e riunisce 86 artisti e 26 aziende che in 2 settimane sono riusciti a raccogliere 2 milioni di euro con l’obiettivo più urgente di mettere una toppa economica ai disastri creati dal Covid-19, ma si prova a guardare oltre e pensare a come mettere ordine in un settore che non ha mai avuto regole e rendere le maestranze parte integrante della mappatura di quest’ultimo.

Molti di questi immaginari saranno possibili però soltanto colmando le molteplici lacune derivate da politiche inconsistenti di assistenzialismo al settore, che con tanta forza sono venute a galla nel corso di quest’emergenza. Iniziando, una volta per tutte, a considerare queste figure come veri e propri lavoratori e garantendo loro i diritti che meritano: istituendo sostegni al reddito, sostegni alla formazione, riconoscendo lo status di professionisti agli esperti dell’ambito culturale e dando lo spazio, i fondi e il supporto di cui la cultura necessita, in un paese dove spesso si parla di quanto questa sia al centro della nostra storia, ma altrettanto spesso ci si dimentica di non farla cadere nell’oblio.

 

 

Articolo di Andrea Sanzari

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