Linecheck Music Meeting e Festival: il report della quarta edizione

Nessun dubbio: il Linecheck, con la sua quarta edizione, si conferma principale ispiratore di nuovi orizzonti per i professionisti del music business in Italia, nonché partner principale della Milano Music Week. Quest’ultima, giunta invece alla sua seconda edizione, ha ancora una volta l’obiettivo di proporre Milano come capitale della musica italiana e non solo. Il Linecheck, in particolare, ha dimostrato la sua vocazione di festival internazionale per addetti ai lavori nella selezione dei contenuti.

Lo dimostra la consolidata partecipazione al sistema di circuitazione internazionale ETEP, European Talent Exchange Programme, l’inserimento nel network INES#festivals, che riunisce alcune delle maggiori music conference europee, l’assegnazione di contributi europei per l’adesione al progetto EMMA, acceleratore europeo del mercato musicale, e la presenza di partner stranieri che hanno sponsorizzato le varie conference. Primi fra tutti i canadesi, presenti al Linecheck con una corposa delegazione istituzionale desiderosa di prendere la parola e di promuovere percorsi di collaborazione e partnership con il mercato italiano.

Andando con ordine, e per chi si fosse perso il nostro primo articolo sul festival, ricordiamo che Linecheck Music Meeting and Festival è una conference per professionisti del music business. Dalla sua prima edizione nel 2015, il suo scopo principale è quello di innovare il sistema musicale italiano proponendo sia contenuti che possano aiutare gli addetti ai lavori sullo sviluppo delle loro professionalità, sia showcase per artisti emergenti che desiderano uscire dalla loro piccola nicchia e interloquire con tutti i segmenti della filiera dell’industria musicale. Il fine è quello di valorizzare l’industria musicale creativa e tutte le sue professioni.

Si parlava di contenuti. Selezionare contenuti che contribuiscano ad analizzare che cosa stia effettivamente cambiando nell’industria musicale globale, con quali meccanismi e a che velocità, è un’operazione complessa. Questa quarta edizione del festival lo ha fatto, come al solito, attraverso una serie di panel, workshop e speedmeeting, grazie ai quali è stato possibile interagire direttamente con alcune delle professionalità affermate del settore.

Le conferenze alle quali prendere parte erano tante e tutte interessantissime. A cominciare da quella che ha aperto la lunga serie di panel del Music Meeting: Gender equality nel music business. Il tema, molto attuale e sentito dalle professioniste del settore musicale, è stato moderato da Nur Al Habash, fondatrice di Rock.it, impegnata con l’Italia Music Export, sportello istituito dalla SIAE per l’esportazione della musica italiana all’estero, e infine promotrice del collettivo Shesaid.so Italy, rete globale attiva per promuovere il ruolo delle donne nel mercato musicale. Insieme a lei Giorgia Taglietti, capo della comunicazione del Sònar Festival e rappresentate di Shesaid.so Barcellona, Sara Andreani, capo marketing e promozione per Warner Music Italia, Maila Sansaini, direttore generale del Nuovo Imaie, Vanessa Reed, capo di Keychange/Prs Foundation, fondazione inglese attiva a livello internazionale in difesa del lavoro delle donne nell’industria musicale e infine, per un vero confronto sul tema, Brian Etherman presidente dell’etichetta Curve Music e membro dell’agenzia di management per artisti, Cerberus. L’incontro è cominciato con i dati impietosi, mostrati da Maila Sansaini, sulle artiste donne presenti nel database del Nuovo Imaie, per le quali la società di collecting raccoglie e ripartisce le royalties. Numeri ancora troppo bassi sia in Italia che a livello internazionale. Che fare, dunque? Non c’è dubbio che il problema sia culturale e radicato all’interno di una società ancora sorretta da stereotipi patriarcali che, tra le varie conseguenze, ha quello di non incoraggiare le donne che vogliono diventare musiciste, o professioniste del settore. Dunque, fondamentale è l’impegno di fondazioni come Keychange/Prs Foundation e della rete globale Shesaid.so, attive affinché questo gap sia superato. Peraltro, Shesaid.so Italy ha indetto, proprio all’interno del Linecheck, la prima riunione ufficiale del collettivo. Meeting conclusosi con un comunicato ufficiale che non ha mancato di porre l’accento sulle recenti vicende che vedono accusato per molestie un noto promoter di Genova.

Tra gli altri panel a tema etico ai quali abbiamo partecipato, c’è quello sulla tutela della salute mentale dei professionisti della musica. Altro argomento caldo che riguarda non soltanto la figura dell’artista e le problematiche relative alla creazione e alla performance, ma anche il suo entourage, a cominciare dai manager personali degli artisti stessi. I manager sono sempre più destinati a fare da cuscinetto tra le pressioni a cui sono sottoposti musicisti e band da parte del mercato (se non sei presente sui social, se non produci con una certa frequenza singoli da playlist o album, rischi di essere dimenticato in tempi brevi se non brevissimi) e il mercato stesso, rappresentato dalle case discografiche, i promoter e i partner commerciali in generale. La presa di coscienza del fatto che il mercato musicale attuale non si fondi più sulla vendita dei dischi ma sulla raccolta di minime percentuali di royalties date dallo streaming ha fatto sì che, per generare utili migliori, i manager si siano dovuti cimentare con più intensità, e più che in passato, con strategie diverse, come ad esempio individuare opportunità per sincronizzazioni di brani in film, serie tv per il mercato digitale e non solo, partnership con i brand più vari, live e partecipazioni ai festival. Tutti impegni per i quali artisti, manager e altri addetti ai lavori, sono sottoposti a ritmi sempre più intollerabili, in un mercato molto competitivo benché creativo. Tutta questa insana pressione genera stress, al punto tale che, come ha raccontato Paul Pacifico, CEO di AIM, associazione delle etichette indipendenti inglesi, all’edizione di quest’anno del The Great Escape a Brighton sono state installate delle safe tents, spazi dove gli addetti ai lavori avevano la possibilità di confrontarsi o consultare del personale specializzato. È chiaro che in un mercato malato come quello globale attuale, non solo gli operatori del music business ma ogni genere di professionista è, suo malgrado, schiavo delle odierne dinamiche del lavoro e dei suoi ritmi estenuanti. Un’industria creativa come quella musicale ne sta prendendo atto e non smettere di porre l’accento sul tema sarebbe auspicabile.

Proprio riguardo al futuro del lavoro svolto dai manager musicali, interessante è stata la conversazione sulle strategie manageriali moderata da Feedy Frizzi, artist manager italiana con base in UK e US. Hanno preso parte Andrew Roach, direttore di Dine Alone, etichetta canadese, Andreis Van Wieren, manager di 3S Music Management, agenzia con sede ad Amsterdam, Katia Giampaolo, presidente di MMF Italy, manager del club Estragon a Bologna e di Europa Vox, network paneuropeo dedicato alla promozione di festival ed eventi. Attualmente, grazie alle piattaforme social e streaming, possiamo ascoltare una quantità enorme di brani e, dunque, arrivare a conoscere più facilmente artisti e relative scene. L’errore che forse si commette a livello manageriale, è quello di voler aspirare troppo precocemente ad un mercato mainstream che non rende giustizia al lavoro dei propri artisti. Sarebbe bene sfruttare le piattaforme streaming e social per raggiungere mercati locali. Tutti gli speaker erano d’accordo sul puntare a intessere reti di relazioni professionali utili a far sì che la musica degli artisti che rappresentano possa raggiungere fette di mercato più vicine, anche geograficamente, ai circuiti degli stessi artisti. Per intenderci, i mercati musicali UK e US sono saturi e altamente competitivi. Perché non ricercare nicchie di mercato più piccole, in altri stati, dove esiste comunque un fermento musicale? Questo permetterebbe di pianificare percorsi di crescita sani, per ritornare alla mental health di cui si parlava prima. I casi di successo esplosivo generati dai social, sono e devono essere considerati come eccezioni, soprattutto quando tutto accade per caso e senza una precisa strategia in grado di proteggere gli artisti stessi. Non bisogna farsi spaventare dalla competitività del mercato musicale e dai suoi ritmi, piuttosto, concentrarsi sui piccoli risultati e sulle capacità relazionali che ciascuno di noi può mettere in atto per valorizzare la musica che davvero merita di essere promossa, senza dover necessariamente entrare nei circuiti mainstream.

Di pari passo, ha fatto riflettere anche il panel dedicato ai festival musicali internazionali e alla scelta degli headliner. Perché se è vero che i festival, da qualche anno a questa parte, si sono trasformati in bacini di promozione della musica dal vivo sempre più in crescita per i relativi introiti, oltre che di estrema creatività artistica per ciò che riguarda la dimensione del live, è anche vero che questo è accaduto, e accade tuttora, per il ruolo che ha la selezione artistica degli headliner. Da qui l’interrogativo: è giusto puntare tutto su di loro, tralasciando la possibilità di proporre artisti e scene più piccole, ma comunque di qualità per attirare più audience? Al panel moderato da Rita Zappador di IMART, International Music Art, se ne è discusso con Jason Mayall, direttore dell’enorme festival giapponese Fuji Rock, con Bob Va Heuer, fondatore e direttore artistico del festival olandese Le Guess Who, e con Fabrizio Pompeo, promoter e partner di Radar Concerti, organizzazione indipendente di concerti italiana. A nostro avviso un esempio virtuoso che risponde bene al quesito posto poc’anzi, è rappresentato da Le Guess Who, festival che punta quasi tutto sulla contaminazione di generi opposti e sull’apertura a band e artisti non necessariamente mainstream, cosa per nulla scontata quando si parla di festival internazionali dedicati alla musica più genericamente definita pop.

Le conference erano davvero tutte interessanti, grazie anche alla continuità dei temi affrontati, ma il fitto cartellone ha spesso reso impossibile prendere parte a tutti gli incontri, soprattutto nella giornata del venerdì, dove effettivamente si è respirata l’aria del festival.

Non bisogna dimenticare che Linecheck è anche Music Festival. Il ruolo della musica live in questo contesto è stato importante anche se, soprattutto negli showcases serali, il pubblico in generale, e non solo quello degli addetti ai lavori, è stato poco presente. Un peccato, se pensiamo a show come quelli di Lotic e SURMA. Il producer americano trapiantato a Berlino avrebbe meritato più attenzione per il suo live sofisticato. Mentre SURMA, giovane producer e polistrumentista portoghese, tra le artiste presentate dal circuito ETEP, ha conquistato tutti con la sua energica performance noise e sperimentale. È pur vero che, nella settimana della musica, Milano offriva una serie di live in giro per la città ai quali molti hanno deciso di non rinunciare. Tutta l’attenzione si è inevitabilmente concentrata sull’ultima sera del Linecheck, dove sui due palchi del Base Milano, sono saliti i Bee Bee Sea, con la loro furia surf garage, il piccolo fenomeno soul/r’n’b nostrano Ainé, e soprattutto Motta, che ha presentato il suo nuovo live. Uno show che lo porterà in giro per l’Europa con le musiciste tuareg Les filles des Illighadad, e che ha fatto il pienone chiudendo la quarta edizione del Linecheck.

Per concludere, vale la pena spendere qualche parola sul luogo che ha fatto da sfondo a queste giornate: lo spazio polifunzionale di Base nel distretto di Tortona, il laboratorio per le industrie creative a Milano. Un vero e proprio spazio post industriale, lo stabilimento ex Ansaldo, trasformato in moduli polifunzionali dove si sono svolti sia i meeting che gli eventi serali, con una continuità che permetteva scambi e incontri paralleli all’interno di uno dei coworking più creativi della città.

Insomma, il Linecheck è un festival altamente consigliato, ricco di stimoli e di spunti di riflessione non solo per gli addetti ai lavori ma anche per gli appassionati di musica in generale. Alla prossima edizione!

Articolo di Danila Simeone

Foto di ROAR Studio e  Silvia Violante Rouge Photographer

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