Marina Herlop e la bellezza senza tempo

Abbiamo intervistato Marina Herlop. L’artista si esibirà fra qualche settimana al prossimo Primavera Sound di Barcellona. Per molti è tra gli artisti emergenti spagnoli più promettenti. La sua musica è delicata, evocativa, struggente. La sua voce incanta attraverso parole di una lingua tutta sua, inventata, interiore. Il 15 maggio prossimo sarà pubblicato il suo secondo album, Babasha. Noi di Spacebar abbiamo avuto il piacere di ascoltarlo in anteprima ed è davvero un capolavoro. Ecco qualche dettaglio in più sulla sua vita e sul suo lavoro artistico.

1) Marina Herlop, parlaci un po’ delle tue origini musicali, di come è iniziata la tua carriera artistica e di come definiresti la tua musica.

Ho iniziato a suonare il pianoforte quando avevo 9 anni, ma durante l’adolescenza ho abbandonato la scuola di musica. A 20 anni ho ripreso gli studi musicali a cui mi sono dedicata al 100%, mentre portavo avanti la carriera accademica. L’anno scorso ho conseguito il diploma presso il Conservatorio di Badalona e quest’anno ho continuato a studiare da sola, in maniera più rilassata.
Non è facile definire la mia musica, credo che per chi mi ascolta sia più facile riuscirci. A differenza degli ascoltatori, io non mi espongo mai alla musica che faccio la prima volta, quindi non mi provoca nessun impatto emotivo. Per quello che mi è stato detto, e analizzando la mia aspirazione al momento della composizione, direi che si tratta di una musica che in termini armonici non è ovvia, che gioca con le aspettative di chi ascolta, concedendo momenti di gratificazione in cambio di alcuni passaggi più ingrati.

2) Ci sono artisti a cui ti ispiri e perché?

Se mi ispiro a qualcuno non lo faccio in modo consapevole. Il mio obiettivo è non emulare nessuno, non ne sarei nemmeno capace. Suppongo che le canzoni che compongo siano un amalgama di tutta la musica che, nel corso della vita, mi ha commosso per la sua bellezza, che è tantissima, una bellezza senza tempo né luogo.

3) Nelle tue canzoni utilizzi parole di una lingua che non esiste, è un escamotage impiegato anche da altri musicisti, i Sigur Rós per esempio. Ci puoi spiegare bene in che cosa consiste questa scelta stilistica?

Non utilizzo parole perché non ho mai avuto la necessità di farlo. Nella fase di composizione, le parole non fuoriescono in modo spontaneo e penso sia forzato creare un racconto che quadri con le melodie realizzate, perché la musica di per sé già trasmette un messaggio completo che non ha bisogno di supporti provenienti dal mondo extra-musicale. Le “parole” che in qualche caso inserisco non appartengono a nessuna lingua, sono soltanto fonemi che mi sembrano piacevoli all’udito.

4) Nella storia dell’arte in senso lato, sono molti gli artisti onomaturghi che hanno inventato parole/lingue nuove, per esempio J. Cortàzar che ha inventato il gliglico. Anche Cortàzar ha sempre giocato con le parole trattandole come se fossero solo suoni, come uno strumento musicale e non come un veicolo semantico. Questi scrittori/artisti hanno influenzato in qualche modo il tuo progetto?

No, non so nulla di questi artisti, anche se ora che ci penso un amico mi ha trasmesso qualche informazione sul tema…

Marina Herlop

5) Che cosa hai voluto esprimere con il tuo primo album Nanook?

Niente che vada oltre la musica in esso contenuta. Ho composto canzoni che mi sembravano di buona qualità o interessanti e quando ne avevo a disposizione abbastanza ho deciso di registrare l’album. È stata la registrazione ad agglutinare le canzoni e farle diventare un disco. In un secondo momento, mi sono resa conto che tutte avevano in comune il fatto di essere state composte nello stesso periodo della mia vita, ma credo che questo sia aneddotico, non credo che “spieghi” il disco né che gli attribuisca una filosofia di fondo.

5) Il 15 maggio 2018 uscirà il tuo nuovo album, Babasha. In che modo spiegheresti la tua evoluzione musicale dal primo lavoro al secondo? Quali sono gli elementi mancanti e aggiunti?

In questo secondo album ci ho messo molto più impegno, molta più autocritica, anche perché ero consapevole di stare per registrare un disco. In questi termini, il processo è stato molto più arduo e interessante.
La differenza principale tra i due risiede nella dimensione timbrica, che conta su sintetizzatori ed effetti audio, è stata progettata da Borja Ruiz, produttore del disco. Direi anche che le dissonanze di questo album sono pensate maggiormente rispetto al precedente e che mi lascio alle spalle la pretesa di “sorprendere per il gusto di sorprendere” a livello armonico. Credo ci siano più momenti di luce e di stabilità tonale. A livello interpretativo rappresenta una sfida maggiore. Ho provato a curare maggiormente la forma delle canzoni, a capire di che cosa necessitava ogni pezzo, cercando di darglielo.

6) Suonerai al Primavera Sound 2018. Com’è stato ricevere questa notizia e che cosa pensi dell’idea di suonare in un festival così grande e famoso?

Sono davvero contenta di suonare al PS. Due anni fa uno dei miei amici mi disse che credeva che nel 2018 avrei suonato al PS, ma io gli risposi di smetterla di dire fesserie. Spero sia un concerto piacevole e che la mia musica arrivi a quanta più gente possibile.

7) Pensi che in qualche modo suonare in un grande festival possa “rovinare” la tua performance e perché?

No, non vedo perché dovrebbe. Sicuramente per i concerti all’aria aperta, dove succedono tante cose al contempo, l’ambiente è più dispersivo, ma per me il concerto viene rovinato quando io non lo vivo in maniera intensa sul palco, e questo non ha solo a che vedere con le vibrazioni che mi trasmette il pubblico.

8) Ci sono artisti italiani del passato o del presente con cui ti piacerebbe suonare?

Ahaha, non ne ho idea. Monteverdi?

9) Una canzone, un libro e un film/serie TV con cui desideri concludere questa intervista.

Canzone: Hana di Asa-Chang & Junray
Libro: El corazón helado di Almudena Grandes
Film: Amour di Haneke

10) Una parola della tua lingua inventata che regaleresti a Spacebar?

Skatum…

Intervista di Stefano Iuliani a Marina Herlop
Foto di copertina di Laia Ross – Leyrlo Phototography
Foto testo di Pol Rabaque

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *