Mental coaching nella musica: due chiacchiere con Ariane Paras

Abbiamo intervistato Ariane Paras, mental coach operante nel settore musicale. Le abbiamo fatto qualche domanda per capire in che cosa consiste il suo lavoro, le abbiamo rubato qualche dettaglio personale e, a dirla tutta, abbiamo imparato molte cose sul benessere della nostra mente e su che cosa vuol dire avere successo.

Non ero a conoscenza dell’esistenza di una figura professionale del genere. In che cosa consiste esattamente il lavoro di un mental coach operante nel settore musicale?

Partiamo dalla definizione più generale di mental coach: si tratta di una figura professionale che allena la mente, al fine di ottenere un miglioramento delle performance e il raggiungimento di obiettivi personali, imprenditoriali, manageriali o sportivi attraverso la scoperta e lo sviluppo delle potenzialità individuali.
Detto questo, il mental coach che opera nel mondo della musica è una sorta di allenatore che agisce al fianco di artisti, band, manager, imprenditori, ecc.

Quindi sei una specie di psicologo?

Diciamo che il coaching rientra nell’ambito più generale della psicologia, ma non ne condivide molti aspetti. Per esempio, la psicologia è una disciplina che insiste molto sull’analisi dell’infanzia. Gli psicologi ritengono che i primi anni di vita costituiscano il fondamento della personalità adulta. L’infanzia rappresenterebbe la fase in cui hanno origine la personalità e le sue modalità espressive. L’analisi del periodo infantile diventa così un’analisi dei traumi che sarebbero alla base di alcuni tipi di malessere del periodo adulto.
Inoltre, per la psicologia riveste un ruolo molto importante anche il funzionamento cerebrale.

Il coaching invece non attribuisce tutta questa importanza né all’infanzia né a al cervello e si concentra sul qui e ora. Ritengo che quella degli psicologi sia una visione limitata. Per di più, noi non cerchiamo di individuare un problema e proporre una soluzione. Ci concentriamo piuttosto sui punti di forza e debolezza dell’individuo, suggerendogli alcuni esercizi utili per superare da solo i propri limiti. Il fondamento del coaching è proprio questo: l’individuo è il dottore di se stesso.

ariane parias

In tutti questi anni di esperienza, quali sono i problemi più comuni che hai rilevato nei tuoi pazienti?

Innanzitutto le persone con cui lavoro non sono “pazienti”, ma “clienti”. Beh, sono semplicemente essere umani che operano nel settore musicale. Quindi devono affrontare i problemi che affrontano tutti. In particolare la pressione del pubblico e del lavoro, lo stress dovuto alla notorietà, ai tour, l’abuso di alcol e droghe. Insomma, i problemi che affrontiamo più o meno tutti.

C’è stato un episodio in cui hai pensato: “Cazzo, ce l’ho fatta! Ho risolto davvero una brutta storia!”?

Il coach non può avere un ego spropositato. Lo stesso discorso vale anche per quelle che potrei vivere come “sconfitte”. Devi capire che noi non offriamo soluzioni, ma solo strumenti. Quindi sta al cliente provare a superare i suoi limiti. Io non potrò mai sostituirmi a lui. Pertanto, io fungo da guida, poi sta a lui seguire o meno i miei suggerimenti. In questo ambiente si dice sempre che noi non insegniamo a pescare, ma forniamo una canna da pesca e il cliente impara da solo a usarla.

Quali strategie usi con i clienti?

Come ti dicevo, i miei clienti sono essere umani. Quindi ognuno è unico a modo suo. Non esiste una strategia standard. Le persone sono uniche e solo loro sanno che cosa vogliono. Io pongo solo delle domande, cercando di avvicinare quanto più possibile le persone alla consapevolezza di sé.

Tornando alla musica vera e propria, alcuni mesi fa Nils Frahm ha abbandonato i canali social. È così terribile avere a che fare con il mondo social per un artista?

I social media sono un’arma a doppio taglio. Sono utili perché consentono di creare legami e, per un artista, creare un pubblico sempre più ampio. Allo stesso tempo, però, fanno anche molti danni. Possono provocare stress. I “Mi piace” sono davvero micidiali. Possono far impazzire letteralmente una persona. I commenti negativi possono sortire lo stesso effetto, perché l’artista (ma l’essere umano in generale) si concentra solo su quelli, senza dare importanza al 90% dei commenti che sono positivi. In quel caso intervengono i coach, che cercano di riportare l’artista sulla retta via.

In un certo senso, tu insegni a inseguire il successo…

Io non insegno proprio nulla. Io cerco soltanto di offrire al cliente gli strumenti giusti per avere consapevolezza di sé. Sono una sorta di guida.

Che cos’è il successo per te?

Questa è una bella domanda. Quando lo chiedo ai miei clienti, nessuno è in grado di rispondermi. La maggior parte di loro mi dice di voler raggiungere il successo, ma in pochissimi sono in grado di definire che cos’è il successo stesso. Per me il successo è una vita che abbia senso, che abbia un impatto positivo sulla vita degli altri e del pianeta. Il successo è equilibrio, tempo libero, crescita personale, mens sana in corpore sano. Il successo è qualcosa che sta dentro di noi, non proviene da fattori esterni.

Dai, mettiamo un po’ di musica altrimenti ci annoiamo. Una canzone con cui desideri proseguire questa intervista…

Questo brano è delizioso e tra l’altro è in italiano.

Nella tua vita privata, come trovi la giusta motivazione? O meglio, in che modo sei il coach di stessa?

Come si dice in inglese: “I walk the talk”. In poche parole, passo dalle parole ai fatti. Cerco di predicare bene e razzolare bene. In questo senso, il percorso dei miei clienti è anche un mio percorso personale. Quello che suggerisco loro, cerco di viverlo innanzitutto in prima persona. Non posso pensare di proporre una via che non conosco affatto, che è una delle critiche che faccio alla psicologia tradizionale. I miei consigli devono essere il frutto dell’esperienza personale.

“Comfort zone”: che cosa vuol dire uscirne?

Riprendo una frase in voga negli ultimi tempi: la vita è tutto ciò che sta al di fuori della comfort zone. Uscirne significa tentare di superare i propri limiti, non ignorare le paure, abbandonarsi a nuove sfide, crescere a livello personale e non restare in una fase di stagnazione. Uscire dalla comfort zone significa tutto questo e l’obiettivo è semplice: estendere i confini della propria comfort zone. Quando superi i tuoi confini, non puoi fare che crescere.

Lavoro 8 ore al giorno davanti al PC. Odio il PC, ma devo lavorare. Che cosa mi consiglieresti?

Fai molte pause, circondati di piante, quando stacchi gli occhi dal PC fallo davvero, fai in modo che l’ambiente in cui lavori sia pieno di luce naturale, dedicati all’attività fisica, cerca di interagire con qualcosa di vivo. Ovviamente questi consigli valgono per tante persone che come te sono costrette a stare ogni giorno davanti a un PC.

Ariane Paras: ora passiamo a qualche domanda personale. Quali sono le tue origini? Di dove sei?

Sono nata e cresciuta a Marsiglia, ma ho origini greche. Pertanto, mi potrei definire “mediterranea” visto che vivo da molti anni a Barcellona, però ho vissuto e lavorato 10 anni in Inghilterra. Adoro la luce, il sole e il mare, ma l’Inghilterra mi ha fatto capire che gli ostacoli interiori è più facile superarli laddove il sole non c’è tutto l’anno, altrimenti ci si concentra troppo sull’esterno.

Quest’anno hai partecipato come relatore al Primavera Pro. Che cosa puoi dirci di questa esperienza?

Il Primavera Sound è un festival incredibile. Non c’è solo buona musica, ma tanta professionalità. Per alcuni giorni si vive un’atmosfera incredibile. Gli artisti fanno paura, la location è insuperabile, la città è quella che è, le conferenze sono uniche nel settore. Insomma, aiutare in una situazione simile fa piacere e lo rifarei altre mille volte. E poi il Primavera PRO è un’occasione unica per conoscere colleghi che operano in Europa e in tutto il mondo. Durante le sessioni di mentoring ho conosciuto gente davvero preparata e anche in quel caso mi ha fatto piacere dare qualche consiglio.

Se ti dico “caos”, tu che mi dici?

Il caos esteriore non è altro che il riflesso di un caos interiore. Il primo passo da compiere per far fronte al caos è lavorare su se stessi.

Lavori nel settore musicale, ma quali sono i tuoi gusti musicali?

La mia risposta potrà sembrarti banale, ma a me piace un po’ di tutto. Per facilitarti la vita, potrei parlarti del mio percorso musicale, che potrebbe essere riassunto così: indie > grunge > elettronica > drum and bass > deep house > electroclash > indie > tutto questo insieme. Se posso permettermi, negli ultimi mesi ho ascoltato molto un mix di Caterina Barbieri che credo rappresenti al meglio quello che ti sto dicendo. Questa tizia è incredibile, riesce a sovrapporre Vivaldi, CCCP e l’elettronica con una facilità estrema. Questi sono i miei gusti musicali.

Grazie mille Ariane. Noi di Spacebar già ti adoriamo. Puoi lasciarci qualche link su di te in modo da non sentire subito la tua mancanza?

Ecco il mio account Instagram, qualche consiglio utile su chi opera in questo settore e il mio canale personale su Radio Primavera Sound. Grazie a voi!

Intervista di Stefano Iuliani ad Ariane Paras

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