Nella giungla elettrica di Matteo Vallicelli

Per chi è cresciuto negli anni ‘90, la musica non esiste senza schitarrate potenti e testi al vetriolo. L’elettronica appare senz’anima, il pop è da femminucce e la disco fa cacare. Poi sorprendentemente con il passare degli anni scopri di non essere così “fedele alla linea” e i tuoi ascolti diventano sempre più variegati e variopinti. L’evoluzione musicale fa parte della crescita personale e il musicista che abbiamo intervistato lo sa molto bene.

Matteo Vallicelli, che forse molti conosceranno per The Soft Moon, è uno che musicalmente ha fatto tante esperienze diverse. Inizia con il punk e l’HC insieme agli Endless Inertia, i Revolution Summer e gli Smart Cops. Poi passa al garage con i Wildmen e al post-punk come batterista di The Soft Moon e Death Index. Infine, scopre la “solitudine” dell’elettronica, esplorando l’uso dei synth e delle drum machine.

Il suo esordio come solista e compositore di musica elettronica è il primo album di un italiano a uscire per Captured Tracks, la label culto di New York. A noi Primo è piaciuto un sacco e abbiamo deciso di fare due chiacchiere con il suo autore.

matteo vallicelli

– Un album, un EP, svariati live, festival e 9 date con Trentemøller: un anno decisamente importante per te. Raccontaci questo 2017.

Sicuramente un anno pieno di soddisfazioni! Pensa che con questo progetto, all’inizio, nemmeno pensavo che avrei mai fatto un disco… Men che meno un live! Invece ho trovato il coraggio di uscire allo scoperto e devo dire che sono davvero contento. Sento che questa cosa mi ha fatto crescere un sacco sia come musicista che come persona. Ho avuto modo di riflettere su come funziona la musica, su come mai gli esseri umani sentono il bisogno di averla nella loro vita. In tutte le mie esperienze passate, nelle varie bands con cui ho suonato, non mi ero mai soffermato a pensare a certe cose, forse troppo preso da distrazioni di vario genere. Viaggiare da solo, completamente immerso in quello che faccio, mi ha fatto giungere a conclusioni più profonde sul mio rapporto con la musica.

– Nel 2013 ti sei trasferito a Berlino. La condizione di “emigrante”, nella sua incertezza ma anche nel suo stupore, ha influito sulla tua evoluzione musicale?

Sicuramente l’alienazione è stata una componente fondamentale nel processo che mi ha portato a dedicarmi a questo progetto. Ho abitato a Berlino per tre anni parlando pochissimo tedesco, direi zero. Sapevo giusto ordinare al ristorante, e per carità, cose non troppo complicate. In questo scenario è chiaro che stare in casa per giornate intere a suonare non mi pesava più di tanto. Primo è il risultato anche di questo.

– …ma anche casa dà i suoi frutti: com’è nato questo ricongiungimento musicale con Giuseppe Coluccelli dei Raein?

Con Collu siamo amici da una vita. È stata una delle prime persone con cui ho iniziato a suonare quando eravamo ancora dei ragazzini. Negli anni ci siamo sempre tenuti in contatto bene o male, senza però mai più lavorare a della musica insieme. Nel frattempo, lui è diventato uno skipper. Poi, al mio ritorno in Italia, esattamente un anno fa, un giorno mi ha chiamato e mi ha detto: “Ho dei suoni e dei loop di chitarra da parte da un po’ di tempo, e mi piacerebbe metterli giù con i tuoi spippoli“, ed ecco che in pochi giorni abbiamo scritto 47100. Abbiamo dovuto fare in fretta, perché lui di lì a poco si sarebbe dovuto imbarcare su un catamarano a zonzo per il Mediterraneo. Ne è uscito un EP un po’ autobiografico che celebra la nostra amicizia, i nostri viaggi e il nostro legame con la terra romagnola.

Bacchette VS pulsanti, leve e rotelline: la tua anima di batterista e quella di compositore elettronico sono in conflitto o si compensano?

Si compensano perfettamente e anzi ormai sono tutte e due essenziali. Ho iniziato questo progetto perché sentivo che dovevo lavorare con la melodia, dopo 15 anni focalizzati sul ritmo. Suonare la batteria è un atto fisico e primitivo, mentre per comporre musica elettronica devi usare parecchio la testa. Sono contento di avere questi due diversissimi modi di esprimermi.

– La tua musica è molto evocativa, ti piacerebbe lavorare a una colonna sonora?

Certamente, e anzi mi auguro di fare molti lavori di questo tipo. Sto iniziando a parlare con un po’ di amici per lavorare su video, piccole cose per ora, ma in futuro mi piacerebbe sicuramente comporre per film o ancor meglio documentari.

– Ti senti più figlio degli anni ’80 o dei ’90?

Il mio primo motorino è stato un F10 Malaguti e ho imparato a guidare su una Fiat Punto. A voi le conclusioni.


– Cosa ti piace della scena italiana di oggi?

Se per “scena italiana” intendi le cose più potenti al momento, quelle cioè che riempiono i locali, quindi questi sedicenti cantautori rock con le felpe della Fruit Of The Loom, direi assolutamente niente. Per quanto riguarda il resto, la musica di qualità, ci sono tantissimi micro mondi interessanti nel nostro paese, ma non credo possiamo parlare di una scena vera e propria. Internet ha rovinato un sacco di cose.

matteo vallicelli primo– Cosa bolle in pentola? Manca poco ormai per tornare sul palco con The Soft Moon, ma stai lavorando anche a qualcosa di tuo?

Venerdì 15 dicembre farò l’ultimo show dell’anno come Vallicelli a La Fine a Roma. Poi da gennaio sarò impegnato a preparare il nuovo show dei The Soft Moon. Criminal esce a inizio febbraio e saremo in tour per un bel po’.

– Una canzone, un film e un libro che ti accompagnano in questa intervista.

Adriano Celentano, L’Unica Chance; Steven Spielberg, E.T. L’Extra Terrestre; Charles Darwin, L’Origine Dell’Uomo E La Selezione Sessuale.

Non perdete d’occhio Matteo perché crediamo non smetterà di sorprenderci.
Intanto godetevi Giungla elettrica e il suo bellissimo video dalle atmosfere felliniane.

 

 

Intervista di Gemma Capezzone a Matteo Vallicelli

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