Ogni postino che si rispetti vive in un eterno senso di precarietà

In un giorno imprecisato, che forse possiamo collocare con qualche ragione tra la fine di novembre e gli inizi di dicembre, Andrea cammina fino a non sentire più né i piedi né le gambe, estrae dalla tasca il cellulare che diffonde Come le balene nell’aria sonnolenta di Rione Monti. Quella mattina, lo studente universitario rimase stupito dalle mille voci che uscivano dal disco Latte di soia di un artista a lui sconosciuto che si chiamava Postino. Le canzoni scorrevano nelle sue orecchie mentre disseminava passi per tutti i vicoli del quartiere. Andrea s’accasciò sullo scalino davanti a un portone per la malinconica stanchezza, alzò gli occhi al cielo e di colpo percepì che nei chilometri che aveva percorso si stamparono tutte le parole di quelle canzoni e nello stomaco sentiva come se qualcosa o qualcuno lo stesse bloccando da dentro. Andrea non disse nulla. Si sentiva stranamente quieto e il vento aveva spolverato il cielo e la città; le intere galassie, che si celavano nei testi dello sconosciuto Postino, riversavano il loro lamento in coro, malinconico e sofferente, tanto che, per escluderle, dovette tapparsi le orecchie con le mani.

Il disco in cui si è rispecchiato il giovane ragazzo, in cui ci si perde per ritrovarsi, si intitola Latte di soia ed è stato concepito da Samuele Torrigiani, in arte Postino. Noi di Spacebar, incuriositi dal racconto di Andrea, abbiamo voluto fare qualche domanda all’artista e medico fiorentino per farci svelare il mondo che si nasconde dietro la sua opera.

latte di soia album

  1. “Ogni postino che si rispetti vive in un eterno senso di precarietà, disordine e letti non fatti”. Ti ci rivedi in questo “status quo ante”? Come definiresti il tuo disagio, questa malinconia che aleggia nel disco?
    – La malinconia che si respira nel mio disco è una malinconia condivisa; fatta di grandi e piccole crisi che ricorrono nella vita di ognuno. Si tratta di aspettative disattese, del timore di non essere all’altezza di affrontare gli altri, sé stessi, i nostri piani e il desiderio di avere il pieno controllo di sentimenti, progetti, volontà.
  1. Sentendo le tue canzoni sembra quasi che la tua cameretta sia balzata fuori dal quadro “La cameretta ad Arles” di V. Van Gogh. Il pittore volutamente, nel quadro, dipinge una finestra semiaperta in modo tale da lasciar intuire l’esistenza di altri spazi. Nel tuo mondo stropicciato dai vuoti esiste una finestra semiaperta con la quale hai potuto eliminare quel senso di soffocamento, quella claustrofobia percettiva che si percepisce dai tuoi testi? Qual è il paesaggio che si cela dietro la finestra?
    – Il paesaggio fuori dalla mia camera non è un’evasione, un luogo di fuga dall’universo. Fuori dalla mia finestra c’è lo stesso paesaggio che vedono gli altri, solo guardato da un diverso punto di vista; il mio è fatto prima di musica e poi di parole, di gatti, di mansarde e camini, di libri sgualciti.
  1. Ti trovi a vivere nel mezzo tra il mondo scientifico e accademico della medicina e quello creativo e libertino della musica. Come descriveresti l’ambiente che ti circonda? Le due realtà molto distanti come l’hanno influenzato?
    – Sono realtà forse distanti, ma che ugualmente riflettono la mia vita. In ognuna delle due c’è un po’ dell’altra; rigore, passione, perfezionismo, divertimento, coinvolgimento.

postino band

  1. Come ci sente dopo aver acquisito una certa notorietà, dopo che le tue parole sono diventate parte del mondo di qualcuno? Senti ti aver tradito la tua cameretta? Quali sono le tue ansie/paure?
    – La mia camera è un luogo interiore, più che fisico; è l’intimità dei pensieri, un angolo semibuio in cui posso rifugiarmi, interporre delle coperte fra me e il mondo che mi aiutino ad ascoltarmi senza le distrazioni dei rumori e dei colori del fuori. Tradire questo luogo è il compromesso per tornare agli altri, magari portando qualcosa in cui chiunque possa riflettersi e trovare conforto quando è lui, ad essere solo nella propria cameretta.
  1. Ascoltando Ambra era nuda ho sentito cantarti questi versi “spengo la sveglia, resto a letto col gatto a pensare a quello che potevo aver fatto, sono sempre stato più bravo con le parole che in amore”. Allora visto che sei così bravo con le parole, cosa sono per te l’amore, la malinconia e i vuoti che si vengono a creare con le assenze affettive?
    – Nel disco trovi la risposta a questa domanda.
  1. Cerca di immaginare di calarti nei panni di Dr. House che si ritrova tra le mani un caso clinico (il tuo album) da risolvere. Basandoti sul tuo intuito e sulle tue eccellenti capacità deduttive, quale sarebbe la diagnosi definitiva? Tiriamo un po’ le cuoia.
    – La diagnosi per il mio album potrebbe essere quella di un paziente disilluso, sul filo permanente di tristezza e mancanza, che è anche il più irriducibile dei sognatori, sul filo permanente dell’amore per la vita e la consapevolezza degli affetti. Una diagnosi di disturbo bipolare, probabilmente. O forse una diagnosi di “normale sentimento di esistenza”.

  1. Qualcosa bolle in pentola per il 2019? Dai su, alza un po’ questo coperchio così possiamo sbirciare un po’ tra le cose che stai preparando.
    – Usciranno alcuni singoli, probabilmente un EP e continuerò con il tour per tutto l’anno, poi mi fermerò per archiviare il capitolo Latte di Soia e forse iniziare qualcos’altro oppure no, vedremo, non ne ho idea, davvero.
  1. Una curiosità strettamente personale. Perché ti sta così a cuore il latte di soia? Io lo trovo disgustoso.
    – Non lo trovo così piacevole neppure io, eppure la gente lo beve per preservarsi da tutti i disturbi che il latte vaccino ha improvvisamente iniziato a creare. Il latte di soia è la soluzione in tetra pak distribuita da una società patologica che cerca di guarirsi attraverso placebo vegetali.
  1. Siamo arrivati agli sgoccioli e noi vorremmo che lasciassi qualcosa di tuo al pubblico di Spacebar. Un libro, una canzone e un film che ricoprono un ruolo fondamentale nella tua vita?
    Uno, nessuno e centomila.
    Balliamo di Fred Bongusto.
    Essere John Malkovich.

Intervista di Andrea Sanzari

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