I Reptiliani sono arrivati sulla Terra

Un po’ di tempo fa, passeggiando nel quartiere in cui vivo, i Monti Tiburtini, ho scovato un posto piccolo e giallo, e devo dire anche un po’ nero, in mezzo ad alberi di pesco. Un posto dove confluivano tante persone desiderose di raccontare storie. Questa oasi felice nella giungla della capitale si chiama Radio Kaos Italy. La radio è un contenitore creativo che ogni giorno propone programmi autoprodotti, interviste, approfondimenti culturali e soprattutto tanta, ma tanta musica. Che cosa c’entra con noi di Spacebar? Grazie a questo luogo, sono riuscito a parlare con Mauro Puliani, un ragazzo romano che fa parte di una delle band più interessanti della scena black\death metal capitolina, i The Reptilian Session. Tra le tante cose dette, abbiamo parlato del suo ultimo lavoro uscito a ottobre 2017 e del fatto che giovedì 22 marzo conquisterà gli ascoltatori durante il programma “Let’s Rock” (in onda dalle 15:00 alle 17:00), proponendo una rivisitazione del brano Double Dare dei Bauhaus. Spacebar vi riporta i frutti della conversazione, ma se volete stuzzicare anche il vostro udito, non temete di collegarvi.

radio kaos italy

– Hai attraversato varie fasi artistiche, dalle classiche band metal che suonano nei club spaccaossa a one man band che lavora da casa. Sai meglio di me che questo format è anomalo nella scena metal, quindi vorrei domandarti: come descriveresti il progetto The Reptilian Session?

Effettivamente è un approccio anomalo perché oggi, nel mondo del metal, si pensa più ai live che alla produzione di dischi e il mio progetto mira a una nuda e cruda composizione musicale. Io non la definirei one man band perché per la composizione faccio tutto io ma per quanto riguarda la produzione gravitano altri elementi attorno a questa idea. Nulla è consolidato in una precisa struttura ma tutto è aperto all’influenza delle collaborazioni quindi parlerei più di collettivo che di one man band vera e propria. In parole semplici The Reptilian Session è un progetto che prende le distanze da tutti quei canoni classici di concezione e realizzazione di metal estremo, cerchiamo di dare una chiave di lettura tramite gli occhi di questo reptiliano, questo essere misterioso di una galassia parallela, che alla fine di tutto risulti un qualcosa di estraneo al mondo conosciuto dall’uomo.

– Essere one man band (anche se non ti definisci cosi) è faticoso, soprattutto in ambito metal, c’è bisogno di un lavoro certosino e costante per far quadrare tutte le linee strumentali. Queste 7 tracce fanno trasparire l’immenso impegno che ci hai messo dentro. Com’è nata l’idea di questo album? Qual è stato l’approccio al processo realizzativo?

Sono anni che navigo nella scena metal, all’inizio cercavo il contatto con il pubblico, adesso preferisco fare musica, fare dischi per me e per noi. In primis, con questo album, cerchiamo quel qualcosa che soddisfi i nostri gusti e poi tramite questa cura dell’anima vogliamo rimarcare la produzione di scrittura musicale e di vedere oltre la struttura fissa del metal con uno specifico punto di vista strettamente personale. Confesso che alcuni pezzi dell’album erano miei lavori che avevo proposto in una mia vecchia band che li vide come qualcosa di negativo, li definì “roba strana che noi non facciamo!”. Ho passato la maggior parte del mio tempo in studi di registrazione dove ho avuto modo di comprendere come funziona una linea di batteria o di chitarra ed è cosi che mi sono ritrovato in casa a suonarli prima con uno strumento e poi un altro. Poi giustamente quando torni in studio ti affidi a persone più competenti di te.

– Per incidere le linee di batteria e di chitarra ti affidi a specialisti di questo mondo. Raccontaci come è stato proporgli la tua idea? E cosa è uscito fuori dal lavoro in studio?

Ho voluto presentargli un lavoro con delle linee base già impacchettate che però lasciava spazio alle influenze e alle interpretazioni personali per non soffocare la loro espressione artistica, non cercavo assolutamente dei turnisti. Ho espresso la richiesta di una partecipazione attiva e soprattutto che non avrebbe richiesto troppo tempo, un tipo di approccio alla band che non ci porti a lavorare 7 giorni alla settimana e a vivere in relazione solo a quello perché ognuno di noi ha una vita e altri progetti musicali avviati.

reptilian session

– Osservando la tracklist, salta subito all’occhio la cover di Double Dare dei Bauhaus. Il loro mondo musicale è diverso dal tuo ma non si discosta molto per le ambientazioni macabre e dark a cui rimanda l’ascolto. Hai scelto una loro canzone proprio per questo o è presente un altro motivo?

Banalmente è una canzone che mi è sempre piaciuta e poi sono un fan dei Bauhaus. Questo è un brano che, secondo me, si è sempre prestato bene a una chiave di lettura un po’ più violenta e di per sé ha un‘accezione abbastanza forte, molto punk. Ho pensato di stravolgerla mettendola dentro un contesto che fosse di base quello di aggressione musicale del black metal. Però sono sempre stato legato ai loro scenari oscuri e vacui. Tra l’altro ho scritto a Peter Murphy chiedendogli un parere, ma non mi ha mai risposto.

– Diciamo la verità ai lettori, ci conosciamo e ci frequentiamo da un po’ di anni e con il tempo mi hai fatto conoscere i tuoi lavori e il mondo che ci gira attorno. The Reptilian Session è un album molto complesso e ingegnoso, per i veri fedeli del black metal, e sta riscuotendo un buon successo. Oggi, dopo 5 mesi dalla pubblicazione, come lo percepisci?

E’ un disco che continuo ad ascoltare con piacere, mi trasmette una certa freschezza e posso affermare che sono soddisfatto del lavoro. Ha sempre un legame con la concezione di metal estremo nudo e crudo nella struttura basilare e poi si articola con qualche sfumatura differente.

Ha avuto uno sviluppo abbastanza fortunato perché inizialmente era stato autoprodotto su un centinaio di cassette perché era il metodo più economico. Sono arrivate varie richieste dagli Stati Uniti da parte di alcune case discografiche e inoltre è stato votato da Decibel Magazine come una delle migliori 10 cassette dell’anno. Successivamente sono entrato in contatto con l’etichetta francese Dead Seed Productions, grazie al contributo di Fabban (cantante della band metal Aborym), che mi ha dato la possibilità di pubblicarlo sotto forma di vinile.

– Quali sono stati le influenze musicali che hanno inciso sulla realizzazione dell’album o in linea generale nel plasmare il tuo stile?

Solitamente quando mi chiudo nella realizzazione di un disco cerco di ascoltare il meno possibile, cerco di avere meno influenze esterne. Parte tutto da dentro e rimango concentrato su quell’interiorità. In linea generale, innanzitutto black metal, trash metal, death metal e contemporaneamente punk, dark wave, new wave e molta musica elettronica. Mi piace avere uno sguardo a 360 gradi e non fossilizzarmi solo su un unico genere.

– Quali sono i progetti futuri? Bolle qualcosa in pentola?

In realtà il nuovo disco è stato già pianificato e proprio in questi giorni stiamo curandone i dettagli. Nei prossimi mesi sarà inciso e prodotto sempre per la Dead Seed Productions, ma tutti i particolari sono ancora da definire.

– Un libro, una canzone e un film che porteresti sempre con te.

Film: Il Giorno della Bestia di Alex de la Iglesia.
Brano: Dreamland degli Snake Corps
Libro: Cent’anni di Solitudine di Gabriel Garcia Marquez

reptilian session

Intervista di Andrea Sanzari a Mauro Puliani

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *