Rock giapponese: sineddoche dell’era digitale

J-Pop, J-Rock, Visual, Shibuya-kei… quando l’hashtag era solo un cancelletto, già esistevano così tante etichette per definire gli stili musicali del Giappone degli anni ’90 che sarebbero potute diventare trending topic prima ancora che questa espressione avesse un significato.

Insomma, pretendere di scrivere un articolo sulla musica giapponese o J-Music è tanto assurdo quanto voler parlare della musica italiana. O della tua regione. O della tua città. Insomma, in bocca al lupo! Per questo cercherò di concentrarmi sullo stile che seguo sin da quando ero adolescente e che continua ad accompagnarmi ancora oggi: il J-Rock. Ovviamente mi limiterò ad alcuni gruppi, ma questo non significa che non esiste altro aldilà di questo genere. Ed è importante precisare che normalmente le etichette venivano date proprio nel paese di origine per distinguere il vasto universo musicale nipponico. In questo articolo mi concentrerò sui gruppi nati tra la fine degli anni ’80 e gli inizi dei ’90, molti frutto del movimento Visual, e che trent’anni dopo sono ancora attivi e perfino con la formazione originaria.

Kiss. Tutti abbiamo sentito parlare di questo mitico gruppo glam metal. Ed è proprio qui che si trova il germe da cui nascono molte band giapponesi che con il tempo raggiungeranno la fama, alcune fuori dai confini nazionali, specialmente nelle ultime due decadi. David Bowie, Sex Pistols o U2 sono altri nomi che avranno una fortissima influenza sulla nascita del rock giapponese di massa.

visual k japanIn Giappone, il panorama rock della seconda metà degli anni ’80 non può essere compreso senza il movimento Visual, o Visual-kei (stile in giapponese). Al di là delle sonorità caratteristiche di ogni gruppo, l’estetica esagerata con trucchi estremi, parrucche colorate, costumi post-punk, stivali militari, cravatte, gonne e una forte componente femminile erano elementi essenziali per distinguersi da band simili di altri paesi. Soprattutto perché, mentre in Europa e negli USA il rock si dava arie più sofisticate, in Giappone l’estetica visual è stata in auge fino alla metà degli anni ‘90.

Più recentemente c’è stata una seconda ondata di Visual nel paese del sole nascente, ma l’estetica contava più della qualità della musica e poche band hanno avuto una certa continuità. Sono eccezioni gruppi consolidati come i Dir en Grey o i Versailles. O gruppi che nominerò più in avanti, che dopo anni caratterizzati da un look più sobrio (o no), con il nuovo millennio hanno recuperato dal fondo dell’armadio l’estetica esagerata dei loro inizi.

Dead End, Aion, Buck-Tick, X Japan, LUNA SEA, Glay, L’Arc~en~Ciel, Malice Mizer, Penicillin, Kuroyume, Siam Shade, Rouage, Plastic Tree, Ladies Room, D’erlanger, Tokyo Yankees… Conoscete uno di questi gruppi? Probabilmente almeno uno, che abbiate ascoltato o meno un po’ della loro musica. Però forse è maggiore la possibilità che conosciate nomi del calibro di Yoshiki, hide, Gackt, Sugizo, Morrie, Hyde (con VAMPS) o Miyavi. Meglio ora?

Un aspetto tipico dell’esportazione del rock giapponese fuori dal suo paese di origine è l’importanza che rivestono alcuni membri del gruppo, solitamente il cantante o il chitarrista principale. Fin qui nessuna novità. La maggior parte di queste band ha attraversato periodi d’inattività, più o meno definitive, momenti in cui alcuni membri hanno potenziato la loro carriera da solista e, in molti casi, da soli sono stati più inclini a uscire dal paese che con tutto il gruppo. Spesso iniziative di questo tipo vengono accompagnate da versioni in inglese di quelle che sono state hit in Giappone…in giapponese, ovviamente. Esiste questa visione, probabilmente sbagliata se osserviamo la reazione dei fan più accaniti, per cui è necessario adattare il prodotto giapponese al mercato straniero, in una specie di istinto di protezione di quello che è proprio, misto alla paura di essere troppo diversi e di conseguenza non piacere. Detto questo, parlare della visione del mercato giapponese, in particolare per quanto riguarda la musica, avrebbe bisogno da solo di un articolo a parte.

Ma c’è un’altra cosa, di pari importanza, che è l’intuizione tecnologica del momento che fu propizia in molti casi. Vi parlerò come esempio del caso di LUNA SEA, che è quello che conosco meglio, ma che è anche il caso più paradigmatico di quello che successe in generale nel primo decennio del ventunesimo secolo e della diffusione del rock giapponese in occidente.

I LUNA SEA, nati nel 1989 con una formazione di cinque membri, si separarono alla fine del 2000 dopo più di undici anni in attivo, con due concerti che riempirono il Tokyo Dome, riunendo più di 100.000 fan in due date. Allora internet non era entrato in tutte le case e Facebook e Youtube avrebbero potuto essere il nome del gruppo autore della nuova hit dell’estate. Iniziavano a comparire le piattaforme p2p per lo scambio dei file e la conseguente spinosa questione del diritto d’autore. Il mercato musicale, così come lo avevamo conosciuto dall’auge fino alla fine degli anni ‘60, stava arrivando alla sua fine e case discografiche e artisti, lontani dall’adattarsi ai nuovi tempi, non volevano cambiare il loro modus operandi. Qualcosa che ovviamente avrebbe finito per lasciare il passo a una nuova era di download digitali controllati, maggiori investimenti nella qualità delle edizioni del materiale discografico e una nuova epoca d’oro dei tour live e dei festival di massa.

In questo contesto, i membri di LUNA SEA trascorrono 7 anni dedicandosi esclusivamente alle loro carriere da solisti con vari progetti. Il gruppo che aveva fatto storia negli anni ‘90 sembra ferito a morte. Ma nel 2007 organizzano una reunion di un solo concerto (quando ancora non erano così di moda) proprio nel Tokyo Dome. È un successo che riunisce 55.000 persone il giorno della vigilia di Natale, ma nonostante questo, il futuro sembra incerto e nonostante abbiano partecipato, l’anno dopo, al concerto tributo al chitarrista di X Japan, hide, morto nel 1998, nel 2009 nulla si muove per i 20 anni della fondazione della band come molti fan, tra cui io, speravano.

Passiamo al 2010. Youtube, Facebook, Twitter, MySpace. Adesso sì che tutto funziona. E i LUNA SEA approfittano del momento. Ma qual è la sorpresa? La band torna con un tour mondiale e il suo primo concerto una volta ripresa ufficialmente la sua attività è a… Bochum. Una piccola città nel nord ovest della Germania. Com’è possibile che un gruppo con tanto successo nel suo paese decida di ripartire da una piccola città industriale a 10,000 km di distanza? Per contestualizzare, le altre tappe del tour di Reboot (una vera e propria dichiarazione d’intenti) furono Los Angeles, Hong Kong, Taiwan e Shanghai, oltre a tre show nel Tokyo Dome e un paio di serate speciali a Kobe per accogliere il 2011.

Durante questi dieci anni di inattività, ci fu un picco di successo del rock giapponese fuori dal Giappone. Alcuni nomi conosciuti come L’Arc~en~Ciel e Dir en Grey avevano viaggiato già nel vecchio continente, dove godevano di una certa popolarità tra i giovani che, attraverso altri prodotti del mainstream giapponese come i manga e gli anime, erano venuti a conoscenza della musica di un mercato ermetico e praticamente autarchico, quando lo shopping online era ai suoi albori e accedere ai prodotti giapponesi era una vera e propria odissea. Oltre al formato digitale, le poche copie fisiche che arrivavano di dischi o video erano versioni pirata che venivano dal mercato cinese e in genere si potevano trovare nei negozi di fumetti, a volte nascosti agli occhi dei clienti. Anche se alla fine anche questo contribuì al successo del prodotto originale.

La cosa curiosa nel caso di LUNA SEA è che il loro investimento per farsi conoscere al di fuori del continente asiatico era stato pari a zero. Vero è che, come unica eccezione, nel 1999 avevano suonato nelle stesse città asiatiche che poi avrebbero ritoccato durante il Reboot tour. Le piattaforme di condivisione dei file, le pagine web che occasionalmente offrivano download del loro materiale, e più recentemente Youtube, hanno fatto sì che mentre il suo pubblico in Giappone rimaneva più o meno sempre lo stesso, i fan nel resto del mondo, specialmente in Europa e in altri paesi dell’Asia, non smettevano di crescere. Sull’onda di questo filone, fecero una mossa azzardata che col tempo si è poi rivelata fruttifera, visto che dopo otto anni continuano a deliziare i loro fan in tutto il mondo e in più nel loro Giappone sembrano aver recuperato la popolarità persa durante la loro inattività.

È impossibile parlare dei gruppi giapponesi senza i loro fan club. E adesso dovete aprire moltissimo la mente…per poi immediatamente chiuderla di nuovo. Mi spiego. In Giappone questi club sono delle autentiche istituzioni, nel senso che si organizzano eventi esclusivi solo per i soci, godono di vantaggi in tutti i concerti, con posti e merchandising solo per loro, accedono a materiale (fisico o digitale) riservato solo a chi è membro e normalmente le possibilità di cedere questi privilegi a qualcuno che non sia socio sono pari a zero.

Però attenzione, perché il caso di LUNA SEA credo sia unico, che non si ripete con nessun altro gruppo giapponese. Probabilmente è un caso unico al mondo. Iniziando da uno dei concerti di Reboot, che a partire dalla data è uno dei più strani che sia avvenuto nella loro carriera: era obbligatorio vestirsi di nero e in realtà il gruppo che suonò fu Lunacy, che altro non è che il loro alter ego con nome e repertorio della loro epoca indipendente, che includeva due canzoni inedite, Suspicious e Nightmare, unicamente registrate come cassette demo a edizione limitata nel 1989.

Per far sì che la sorpresa non fosse solo questo, annunciarono che si trattava di un concerto completamente gratuito. E come se non bastasse, era riservato solo ai fan non residenti in Giappone. Il concerto ebbe luogo il giorno di Natale nel Tokyo Dome. I biglietti si potevano avere solo mediante un sorteggio aperto solo ai fan non residenti in Giappone. C’era però un altro modo di entrare al concerto, ed era con il biglietto SLAVE (così si chiama il fan club e in generale tutti i suoi seguaci) dei due concerti che ebbero luogo nello stesso recinto il 23 e 24 di dicembre del 2010.

Fosse per ringraziare i fan dei continenti o paesi che avevano contribuito alla loro resurrezione, o per zittire chi chiedeva insistentemente di aprire l’accesso dei fan club a persone non residenti in Giappone (per registrarti la conditio sine qua non è avere un indirizzo giapponese), in ogni caso la cosa non si fermò lì. Nei successivi tour e concerti dei LUNA SEA in Giappone, oltre alla vendita riservata ai loro fan club (SLAVE e quelli di ogni membro separatamente) e quella generale, hanno sempre lasciato un tot di biglietti destinati alla vendita internazionale. E confesso per mia esperienza che sono quasi sempre posti privilegiati, molto vicini alle prime file per gli SLAVE e spesso migliori di quelli degli altri fan club, per non parlare di quelli comprati mediante la vendita al pubblico in generale.

Insomma, abbiamo un caso di una band inattiva che finisce per conquistare mezzo mondo senza quasi muovere un dito per quanto riguarda la promozione. Raccoglie i frutti dei suoi lavori precedenti quando le congiunture astrali sono propizie. Qualcosa che sarebbe potuta non accadere mai.

A questo punto, dove ormai sono completamente andata fuori strada per concentrarmi solo su una parte, rimane da dire che l’accesso alla musica giapponese di massa, come il rock, il pop e un’emergente cultura dell’hip hop e R&B, è ora simile a qualsiasi altro tipo di musica. Nonostante ciò, quello giapponese è un mercato che continua ad avere le sue peculiarità e nonostante abbia oltrepassato i confini, se un giorno decidete di fare un’esperienza in situ è molto probabile che andrete incontro a una specie di shock culturale.

E ora che siamo alla fine, riprendiamo la lista dei gruppi che vi ho nominato all’inizio. Tutti nacquero a metà degli anni ‘80, inizi dei ‘90. La maggior parte di loro sono ancora attivi con pochi o nessun cambio nella formazione originaria. E ai ragazzi di LUNA SEA nel 2015 gli venne in mente di organizzare un festival proprio con gran parte dei gruppi che vi ho nominato, con l’aggiunta di qualche vecchia gloria e altri della nuova generazione rock, tra cui i Dir en Grey, Alexandros o Mucc. Esperienza che ripeteranno il prossimo mese di giugno, con la line up ancora da confermare. Infatti, al momento l’unica certezza è che il concerto inaugurale, così come quello del festival anteriore, vedrà sul palco i Lunacy.

Parrucche, ciglia posticce extra lunghe, tessuti strappati, zeppe di pelle, boa colorati… È come se il tempo non fosse passato dalle edizioni dell’Extasy Summit, festival organizzato da X Japan durante il periodo d’oro del Visual-kei e con gran parte degli stessi gruppi veterani nella line up. Trent’anni dopo, l’essenza del rock giapponese continua a brillare in tutto il suo splendore anche nell’era digitale.

Articolo di Núria Crivillés
Traduzione di Gemma Capezzone

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