Un giorno nel piccolo grande mondo di MOW

Siamo stati al Sónar 2018 e ad accoglierci è stata una delle band più promettenti del panorama musicale spagnolo contemporaneo. La band si chiama MOW, farà parlare di sé nei prossimi anni e noi già la adoriamo. Abbiamo intervistato la cantante e leader del gruppo Gabriela Casero, una formidabile forza della natura, una miscela esplosiva di timidezza, bellezza e talento.

mow band

Come nasce il progetto MOW? Non ci interessa sapere perché e come avete formato una band, ma scoprire in che modo è nata nella vostra testa l’idea di fare musica nel modo in cui lo fate. Qual è stata la scintilla?

Un giorno siamo entrati nella sala prove e abbiamo iniziato a suonare. Avevamo alcune canzoni che non erano ben definite. Io proponevo dei punti di riferimento da seguire, avevamo dei remix dubstep a disposizione. Quando iniziammo a registrare le nostre prime tre canzoni, ci rendemmo conto di aver dato vita a uno stile personale, a qualcosa che fino ad allora non era esistito (come dimostra il brano Pan).

Da dove spunta il nome MOW? Se si analizza il video della canzone Grasiah, sembra la semplice traduzione in inglese di tosaerba. È così e perché questa scelta?

Il tosaerba è un’allusione al nome. Inoltre, ci sembrava esteticamente bello, ma il nome non lo abbiamo scelto per questo. Non c’è molto da raccontare al riguardo, è una parola facile da ricordare e bella da vedere. Ero ossessionata da questa parola a causa di una canzone di Eisley che ascoltavo quando ero adolescente (precisamente perché non veniva nominata nel testo e io pensavo che invece fosse opportuno nominarla). Poi l’ossessione è finita.

mow grasiah

Restiamo su Grasiah. Questa canzone è un capolavoro! Ascoltandola, provo più o meno le stesse sensazioni che ho sentito durante il live di Daughter mentre cantava Youth. In qualche modo, ti fa piacere questo confronto e quali sono le tue fonti d’ispirazione?

Hai ragione, MOW ha qualcosa che somiglia a Daughter. Il confronto ci fa piacere, è una lusinga, ma non abbiamo mai preso in considerazione Daughter nella fase di produzione dei nostri brani. Per quanto riguarda la fase di composizione, quindi all’inizio del processo globale, le mie fonti d’ispirazione sono tre cantanti come Angel Olsen, Mitski e Laura Marling o band come Big Thief.

A quanto pare, il vostro lavoro viene apprezzatto maggiormente al di fuori dei confini spagnoli. Che cosa vuol dire questo per voi? Gli avete dato un senso?

MOW ha una proiezione più internazionale che nazionale. Alcune tendenze tardano un po’ ad attirare l’attenzione della Spagna. Il pubblico impara in maniera più lenta e per di più la scena “indie” nazionale è un monopolizzata dalle solite vecchie band e da un taglio ben preciso. Lo consideriamo noioso, ma al contempo tutto questo ci rende diversi.

A giugno avete suonato al Sónar di Barcellona, una vetrina molto importante che potrebbe aprirvi le porte della Spagna e del mondo intero. Com’è stato suonare lì e quali concerti vi sono piaciuti maggiormente?

Il Sónar è un festival interessantissimo. A prescindere dall’ora in cui ci si esibisce, i palchi sono sempre stracolmi di gente. Questo non succede in altri festival, soprattutto se sei una band emergente. A volte non c’è nessuno. Curano molto i dettagli e il sound è da brividi. Infine, la gente ci è sembrata molto rispettosa, nessuno mi ha toccato il culo durante il festival.
Abbiamo ascoltato Yaeji, una ragazza di New York di 20 anni di origini coreane, una bomba pura! Abbiamo visto anche i Gorillaz e sinceramente lo show ci è sembrato un mezzo flop. Ci sono piaciute anche Nathy Peluso e Rosalía.

mow band

Come ti prepari per un live? C’è un rituale pre-concerto? Qualche gesto scaramantico?

Per noi scoreggiare è di vitale importanza, ma sempre senza correre il rischio di farcela addosso.

Cortázar scriveva: “quelli che si danno appuntamenti precisi sono gli stessi che hanno bisogno del foglio a righe per scrivere o che premono dal basso il tubetto del dentifrici”. Anche tu premi dal basso il tubetto del dentifricio?

In generale, la nostra band è circondata dal caos. Come ho detto prima, al nostro primo ingresso nello studio di registrazione ancora non sapevamo in quale direzione andare. Questo si può applicare a tutto quello che facciamo, significa che abbiamo fiducia in noi stessi e sappiamo di poter risolvere i problemi che si presentano. Però non nego che questo modo di lavorare un po’ mi stressa.

Una canzone e un film con cui desiderate concludere l’intervista…

Due in uno: la canzone del finale degli episodi di Bojack. Non ha nulla a che vedere con MOW.

Intervista di Gemma Capezzone e foto 360° di Stefano Iuliani ai MOW

 

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *