Basta guardare le facce di quelli che sono qualcuno nella nostra società per godere del fatto di non essere nessuno

– Mi dica. Chi è lo scrittore più importante degli ultimi 20 anni? Attenta però, non il più bravo, la bravura è degli arroganti, il più importante. L’autore che ha destato una curiosità così morbosa da diventare il più importante.

– Non saprei, direi Philip Roth.

– No! Salinger. E il più importante regista cinematografico?

– Spielberg.

– No! Kubrick. L’artista contemporaneo?

– Jeff Koons o Marina Abramovich.

– No! Banksy. Il gruppo di musica elettronica?

– Non so assolutamente niente di musica elettronica.

– E dicono che Harvard sia una buona università. Comunque, i Daft Punk.

– Invece la più grande cantante italiana?

Mina?

– Brava! Adesso, lei sa qual è l’invisibile filo rosso che unisce tutte queste figure che sono le più importanti nei loro rispettivi campi? Glielo dico io. Nessuno di loro si fa vedere. Nessuno di loro si lascia fotografare.

– Ma lei non è un artista Santo Padre, lei è un Capo di stato.

– Sì, di uno stato talmente piccolo che non ha nemmeno uno sbocco sul mare e che per riuscire a sopravvivere ha bisogno che la sua guida si renda irraggiungibile come una rock star. Il Vaticano sopravvive grazie alle iperboli, quindi noi dobbiamo generare l’iperbole, ma questa volta rovesciata.

Questo dialogo è tratto dalla serie tv The Young Pope di Paolo Sorrentino. Per quanto sia criticabile, mette in luce un punto fondamentale: l’invisibilità negli ultimi tempi è di moda. Oltre a quelli già citati, è possibile aggiungere Elena Ferrante, Fernando Pessoa, Slow Magic, Luther Blisset, Wu Ming, Le Comité Invisible, Žilda, Liberato, Marshmello, James Tiptree. Ci viene in mente anche il fumetto/film V per Vendetta, ma l’elenco è lunghissimo. Si tratta di artisti dall’identità misteriosa e che hanno raggiunto la fama nascondendosi dietro una maschera, una firma o semplicemente uno pseudonimo/eteronimo.

Non ci interessa qui ripercorrere le origini del fenomeno dell’invisibilità nell’arte o nella politica e di quali siano le cause o le conseguenze che ne derivano. Non siamo accademici né intendiamo esserlo. Non vogliamo nemmeno aggiungere stronzate a quelle che già vengono partorite da un sacco di gente. Ci piace però celebrare il concetto di invisibilità. E lo faremo con con una citazione tratta dal libro L’insurrezione che viene del Comité Invisible.

insurrezione che viene

Sottrarsi alla visibilità. Fare dell’anonimato una posizione offensiva

“Durante una manifestazione una sindacalista strappa la maschera a un anonimo che ha appena spaccato una vetrina: «Prenditi la responsabilità di quel che fai, invece di nasconderti!». Essere visibili, significa essere scoperti, dunque vulnerabili. Quando la sinistra si sforza ovunque di «dare visibilità» alla propria causa – sia quella dei barboni, delle donne o dei migranti – nella speranza che sia messa all’ordine del giorno, fa l’esatto contrario di ciò che bisognerebbe fare. Non già rendersi visibili, ma volgere a nostro favore l’anonimato a cui siamo stati relegati e, attraverso la cospirazione e l’azione notturna o mascherata, trasformarlo in una inattaccabile posizione d’attacco. I fuochi del novembre 2005 siano d’esempio: nessun leader, niente rivendicazioni, assenza di organizzazione; in compenso parole chiare, gesti eloquenti, complicità fulminee. Non avere alcuno statuto sociale non è una condizione umiliante, né fonte di un penoso bisogno di riconoscimento (essere riconosciuti… da chi?). Al contrario, è condizione della massima libertà d’azione. Non firmare le proprie malefatte o inventarsi delle sigle fantasma – si pensi all’effimera BAFT [Brigade Anti-Flic des Tarterêts, banlieue dell’Essonne, NdT] – sono modi di preservare questa libertà. Non è difficile smascherare il tentativo di fare della «banlieue» il soggetto responsabile delle «sommosse di novembre 2005» come una delle prime manovre difensive del regime. Basta guardare le facce di quelli che sono qualcuno nella nostra società per godere del fatto di non essere nessuno. La visibilità va evitata. Tuttavia, una forza che tende ad aggregarsi nell’ombra non potrà schivarla indefinitamente. Si tratta di dilazionare il nostro emergere in quanto forza fino al momento opportuno. Perché più tardi entreremo nella visibilità, più forti saremo. E una volta diventati visibili, il tempo stringe. O saremo in grado di abbattere la sua tirannia, oppure sarà lui a schiacciarci prontamente”.

Per chi volesse leggere il libro, ecco la migliore traduzione in italiano presente in rete: L’insurrezione che viene

Articolo di Stefano Iuliani

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