La fotografia astratta come atto di resistenza

 

Esci di casa e in un lampo appare un esercito di fotografi. All’inizio pensi si tratti di uno sciame di giapponesi bramosi di immortalare situazioni e oggetti caratteristici. Invece no. La nebbia del mattino si dirada e la realtà appare per quello che è: ti trovi di fronte a un battaglione di smartphonisti. Anzi no, giri l’angolo e l’esercito diventa pian piano un mondo di smartphonisti.

Entri in metropolitana e sono tutti lì a fissare il loro dannato smartphone. C’è chi gioca con le palline di Angry Birds, chi si spulcia il naso utilizzando la fotocamera del dispositivo alla ricerca di imperfezioni estetiche prima di sfilare davanti ai colleghi di lavoro/scuola/diocesi. C’è anche l’intellettuale che usa lo smartphone per leggere, perché lui sa che “il reale problema della tecnologia non è la tecnologia in sé ma l’uso che se ne fa”. C’è chi pensa: “Ce l’hai con me? No, grazie” mentre scrolla un articolo che tratta di fotografia astratta con una faccia che va dal riso amaro all’eccheccazzo e mormora tra sé e sé “ci sono cose che non si possono sfogliare”.

C’è chi controlla il percorso da seguire per raggiungere una determinata destinazione, chi controlla le stelline di TripAdvisor del ristorante cinese più vicino, chi ottimizza il proprio lavoro rispondendo a e-mail, SMS, messaggi vocali e inviti all’azione. Infine, ci sono di nuovo loro: i fotografi smartphonisti. Pensi di essere in un incubo. La ragazzina di 16 anni si spara il primo selfie quotidiano, sfoderando la duck face più sensuale del momento, mentre accanto a lei la sua compagna di classe dimostra di essere più trend e risponde con un selfie targato “cancelletto fish gape“. Di fronte alla coppia di ragazzine, dalla parte opposta della fila di strapuntini, siedono due ragazzi che fanno finta di parlare di calcio e di consultare la Gazzetta dello Sport e immortalano le due gnocche, inviando la foto al gruppo di amici maschi di WhatsApp denominato “uomini si nasce”.

All’improvviso però, in fondo alla carrozza, compare la coppia più interessante in questo microcosmo di zombie: due signore sulla sessantina si stanno chiedendo perché una loro amica di chat non abbia risposto a un commento. Eppure è apparsa la “conferma di lettura”. Nel frattempo, nel vagone fa il suo esordio un clochard che baratta una poesia tutta sua personale per una moneta o qualcosa da mangiare, ma nessuno dei presenti dà “conferma di lettura” ed è costretto a cambiare carrozza.

Arrivi finalmente a destinazione. Esci all’aria aperta. Tiri un sospiro di sollievo e SBAAAAAMMM!!!! Un’orda di turisti in completo bianco antisolare e scarpe da ginnastica acquistate per il viaggio sta fotografando la casa progettata da quel famoso architetto del novecento… Giri l’angolo e una famigliola si sta immortalando davanti all’ultima pubblicità della NIKE che recita: “Esalta la tua creatività”. Di fronte c’è un fotografo serio, di quelli con dispositivi dal valore complessivo di 2000 euro, che immortala con un time lapse quelli che immortalano l’immortalabile. Lo si potrebbe definire l’immortalatore acchiappaimmortalatori. Malimortaccisua!

In questo modo arrivi al termine della giornata. Compare la luna. Finalmente! La desideravi tanto, col suo silenzio e la sua bellezza. La scruti, la stalkeri, non le stacchi mai gli occhi di dosso. Sei preso, e lo diventi ancor di più quando compare Yakamoz, il riflesso della luna sul mare. Di ritorno nella realtà, ti rendi conto che per l’ennesima volta sei circondato da fotografi smartphonisti. Non c’è punto di fuga che tenga.

Oggi gli smartphonisti, i fotografi e tutti quanti siano dotati di dispositivi immortalanti stuprano costantemente la realtà, la frustano, la prendono a calci in culo, le sputano addosso, la disertano. Mi alzo al mattino e voglio dire al mondo che fuori il sole arde? Scatto una foto. Indosso l’ultimo acquisto di Zara? Scatto una foto. Mangio la pizza più buona del mondo? Scatto una foto. Incontro gli amici che non vedevo da una vita? Scatto una foto. Quanti chilometri ho fatto? In quale città del mondo sono diretto? A che cosa sto pensando? Che cosa sto mangiando? Con chi sto mangiando? Quale film sto guardando? A quale evento parteciperò la settimana prossima? Che stronzata ha fatto il mio gattino oggi? Che cosa posso denunciare per vincere questo o quel premio? Chi? Dove? Come? Quando? Il “perché” lo evitiamo perché ormai non ci si interroga più su nulla. Tutto merita di essere fotografato e successivamente condiviso per soddisfare la fame di immagini dei follower. Ecco quello che siamo diventati: follower di stronzate.

In un mondo fatto di uomini e donne che corrodono costantemente la realtà, replicandola, eternandola, sfuggendola e vivendo in un costante stato di iperrealismo, l’unica fotografia possibile e sensata è la fotografia astratta, proprio perché priva di senso. Bisogna darci un taglio, privare gli elementi immortalati di qualsiasi senso immediato ed evidente, convertirsi in veri e propri boia della realtà fotografata.

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