Le grandi opere sbarcano di nuovo al Sud: il caso del raddoppio ferroviario Napoli-Bari

Le grandi opere sbarcano di nuovo al Sud ma a Gabriele Pescatore non sarebbero piaciute: il caso del raddoppio ferroviario Napoli-Bari

Da quando ho cominciato a dare informazioni e a scrivere anche con disincanto, del raddoppio ferroviario Napoli-Bari, sulla mia pagina FB mi sono successe cose che non avevo previsto: tantissime persone hanno chiesto e continuano a chiedermi approfondimenti ma in privato, altre molto competenti hanno studiato le carte progettuali e, sotto una messe apparentemente innocua di dati e informazioni, hanno scoperto cose molto nocive per il nostro ambiente e hanno fatto questo gravoso lavoro solo perché innamorate della propria terra, tanti giovani che invece ci hanno messo la faccia in maniera diretta, facendo ricorso alla loro creatività e al loro tempo e tanti agricoltori sgomenti e anche un po’ rassegnati a vedersi addirittura seppellire il loro lavoro da un terrapieno, perché il desiderio della politica locale è cancellare la bellezza del nostro territorio, seppellendola.
Alla proposta della redazione di Spacebar di continuare a scriverne, mi sono detta: “d’altronde non furono le sole, insistenti, voci degli Israeliti a far crollare le mura di Gerico? Magari si riuscisse a trasformare un’opera che la concertazione istituzionale del nostro territorio ha reso vana in un’opera necessaria. Spes contra Spem come diceva San Paolo!

Considerazioni sugli impatti dell’Alta Capacità Napoli-Bari sul sistema vitivinicolo Sannita

Il Sannio beneventano, area territoriale, pesantemente interessata dall’intervento di infrastrutturazione, è caratterizzato da una forte specializzazione vitivinicola: con 11.000 ettari di vigneto rispetto ai 20.000 dell’intera Campania rappresenta il distretto del vino più importante, dal punto di vista economico-sociale, della Campania e del Mezzogiorno. In tale territorio, il paesaggio è una risorsa fondamentale, generatrice di valore economico e culturale, un bene pubblico espressione dell’identità territoriale, che testimonia anni di positiva interazione dell’uomo con il territorio, con la vite e con l’insieme delle risorse naturali. Il paesaggio è uno dei fattori strategici di sviluppo, che contribuisce in maniera sostanziale alla distintività delle produzioni locali, in particolare del vino, costituendo anche un importante elemento di attrattività territoriale. Negli ultimi anni, infatti, lo sviluppo della filiera vitivinicola è stato accompagnato da una costante crescita di flussi turistici in entrata, con un significativo rafforzamento dell’economia e dell’occupazione locali.
In questo quadro, un intervento infrastrutturale che va a rompere l’assetto paesaggistico, faticosamente creato da un equilibrato e responsabile processo di antropizzazione, rischia di pregiudicare le prospettive di sviluppo di una vasta comunità locale, che va ben oltre l’area dei comuni specifici interessati dall’intervento. Per questa ragione, pur manifestando un accordo sostanziale rispetto all’opera in sé, nutro grandi dubbi sulle sue modalità attuative.

L’opera:
1) provoca, la frattura delle unità produttive e quindi si configura, soprattutto nei Comuni di Guardia Sanframondi e San Lorenzo Maggiore, come una barriera ostruttiva e interrompe l’unità territoriale dei vigneti. La realizzazione di terrapieni, ai piedi di un sistema collinare instabile (il Calvese), per congiungere due versanti produttivi al posto di ponti, appare un’idea irragionevole ai più, e crea un danno economico immediato e di notevole entità alle imprese proprietarie dei fondi interessati dall’intervento, determinando le condizioni per un progressivo declino economico che potrà indurre una sorta di “effetto scoraggiamento” negli imprenditori coinvolti, al punto da innescare pericolosi processi di abbandono delle attività produttive. La realtà aziendale del territorio, oggetto dell’intervento, si caratterizza per la prevalenza di piccole e piccolissime aziende (1-2 ettari). Unità produttive che sono riuscite a trovare un equilibrio economico dopo un lungo percorso di costruzione e valorizzazione della filiera vitivinicola, oggi tutelata da marchi riconosciuti dall’Unione Europea.
La costruzione di un terrapieno, inserendo una innaturale “frattura” nella unitarietà territoriale dell’azienda, rende di fatto difficilmente accessibile la parte a valle della superficie aziendale, creando, nel breve periodo, le condizioni per un aumento dei costi per le maggiori difficoltà logistiche di conduzione dei terreni e, nel medio periodo, l’abbandono delle attività produttive in questa parte di territorio, con un pesante impatto negativo sul paesaggio e sull’intera economia locale. Inoltre, la sua impermeabilità al flusso delle acque, degli uomini e degli essere viventi, imporrà una severa instabilità ambientale nell’areale di riferimento, foriera di dissesti idrogeologici e di impoverimento della biodiversità. E poi, la domanda delle domande, da dove viene questo suolo che deve riempire il terrapieno e chi ne valuta la qualità?

napoli bari terrapieno

2) attraversa uno dei più importanti siti vitivinicoli del Mezzogiorno e nessuno dei nostri politici locali ha sentito il bisogno di far presente ai progettisti che forse sarebbe stato utile pensare a tutti quei servizi forniti dal trasporto su gomma e anche di più e trasferirli al trasporto su ferro, in modo da far viaggiare i nostri vini su rotaia;

3) spreca tantissimo suolo di alta qualità (vigneti specializzati). Ad esempio, costruire ex-novo una stazione in un paesino, Castelvenere, chiamata bizzarramente Solopaca, è assolutamente inutile e non risponde a nessun bisogno reale tenuto conto che questo stesso paese, conta poche anime e dista appena 4 km dalla stazione di Telese Terme. Cito integralmente, a questo proposito, quello che dice il Dossier di Legambiente (commissionato dal Comune di Guardia S. alla nota organizzazione ambientalista e opportunamente condannato all’oblio): “[…] la fermata Solopaca , un volume scatolare lungo circa 48,43 metri e alto 9,00 metri con tipologia costruttiva che ricorda le pensiline delle fermate periferiche viene posto brutalmente sulla viabilità di accesso allo storico Casino Brizio, sulla migliore prospettiva di percezione di questo, […] un intervento che non tiene conto delle valenze ambientali e culturali del sito, che colpisce e deturpa un’antica masseria fortificata testimonianza dell’architettura rurale di questo territorio, svilendone una bellissima prospettiva”.

Chi non conosce il Casino Brizio, lo cerchi su internet e potrà verificare come si può operare in maniera disinvolta nel nostro Mezzogiorno, dove “la nostra modernità ha invece concepito l’opera vana al posto della necessaria. La nostra modernità ha bisogno di fatturare lo spreco. La nostra modernità si specializza nel superfluo e nell’inservibile” (tratto da Erri De Luca, Diavoli Custodi).

Alla luce delle sintetiche considerazioni sopra riportate, non mi sembra trascendentale chiedere che venga fatto ogni sforzo per realizzare un’infrastruttura meno impattante, che consenta alle unità produttive di mantenere quanto più possibile l’unitarietà dei fondi o che comunque crei una separazione soft e non ostruttiva tra la vallata e la pianura. Un’opera insomma che sarebbe piaciuta anche a Gabriele Pescatore e tutti quei meridionalisti che credevano nelle autentiche tecnostrutture ed operavano con “azioni di sistema”.

Torneremo spesso su questi argomenti e per chi volesse approfondire, di seguito vi allego link e materiali utili. Con gli amici fotografi (in tanti mi hanno detto che mi daranno una mano) cominceremo una campagna fotografica chiamata Vorrebbero seppellirli per far toccare a tutti con mano lo scempio a cui, se non si mette mano, andremo incontro. Buono sviluppo a tutti perché di crescita senza sviluppo ne abbiamo piene le tasche (per dirla politically correct).

Articolo di Teresa Batista

LINK UTILI:

dossier_legambiente (PDF)

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