Che fine hanno fatto i bambini?

Oggi abbiamo deciso di tradurre un approfondimento comparso su eldiario.es e scritto dal giornalista spagnolo Daniel Sánchez. Proseguiamo nella nostra lotta contro le automobili in città e pensiamo che l’articolo meriti di essere divulgato. Buona lettura!

Dove sono finiti i bambini? Chi passeggia per una città si rende subito conto che i bambini sono scomparsi dallo spazio pubblico. Non è stata la terra a inghiottirli o il Pifferaio magico a portarli via con sé. Ma non sono nemmeno per strada. Fondamentalmente, per i minori resta qualche parco giochi, ossia recinti ingabbianti, e le passeggiate mano nella mano con i genitori. Le strade, ormai di dominio delle automobili, non appartengono più ai bambini da tanti anni.

“In due o tre decenni, i bambini sono passati dall’andare da soli a scuola a essere accompagnati fino ai 12 anni”, afferma Marisol Mena, Direttore generale della sezione urbanistica del comune di Madrid e una delle maggiori esperte in Spagna del nuovo movimento che lotta per la creazione di percorsi riservati agli studenti. […] “Gli unici attori che attualmente hanno la possibilità di occuparsi dei bambini sono i loro familiari. Il trionfo della privacy sul collettivo, della casa rispetto alla strada, l’assenza dell’infanzia e di attività stagionali conduce all’annullamento dello spazio pubblico”, afferma Marta Róman, geografa e autrice di ¡Hagan sitiopor favor! La reintroducción de la infancia en la ciudad, (Fate spazio per favore! La reintroduzione dell’infanzia nella città). E anche quando i bambini escono in strada sono sottoposti a una sorveglianza radicale. “I bambini sono stati privati della città, e come se non bastasse abbiamo regalato loro delle recinzioni. Li rinchiudiamo in uno spazio. I giochi sono diventati delle attrezzature, qualcosa di caro, ma storicamente sono sempre stati qualcosa di gratuito”, afferma Mena. E sempre all’interno di spazi in cui è possibile controllarli. “Le zone cittadine destinate ai bambini non sono fatte per i bambini, ma servono agli adulti per poterli controllare, sono zone piatte dove poter controllare qualsiasi cosa, e il gioco dei bambini diventa nascondersi, non farsi vedere”.

I più piccoli non solo hanno perso lo spazio pubblico, ma anche la propria autonomia e capacità decisionale. Non fanno più nulla da soli. Non giocano lontano dalla protezione costante dei genitori, non vanno a scuola da soli, non escono a comprare il pane senza adulti. La vita reale si presenterà all’improvviso, a partire dai 12 o 13 anni (quando iniziano la scuola superiore) e questo può creare dei problemi. In altre culture non funziona allo stesso modo. In Giappone, per esempio, è normale vedere bambini di sette anni spostarsi soli in metropolitana. Inoltre, il programma televisivo “Le prime commissioni” da 25 anni insegna ai bambini a uscire di casa ed eseguire semplici compiti senza l’ausilio dei genitori, sin da quando hanno tre o cinque anni.

“In Occidente, invece, se vedi un bambino solo per strada, provi pena e pensi che i genitori siano degli sprovveduti”, spiega Mena. “Ciononostante, alcuni studi dimostrano che quando un bambino va da solo a scuola è più attento, perché diventa responsabile di se stesso. Se va con un adulto si disinteressa della propria sicurezza”, precisa.

Urbanistica, mentalità, linguaggio

Come si è giunti fino a questo? Fondamentalmente per una combinazione di due elementi. Il primo è una disciplina urbanistica che ha favorito l’occupazione dello spazio pubblico da parte delle automobili e ha espulso i più piccoli. Uno studio condotto a Zurigo ha analizzato la relazione tra il tipo di strada e la quantità di bambini che vi gioca. Lo studio mostra che se la strada veniva considerata “adeguata” ai giochi infantili (con poche vetture), il 55% dei piccoli passava più di due ore al giorno fuori. Tuttavia, se non era così, il 50% non giocava mai per strada. Il secondo elemento è il grande aumento del valore dell’infanzia nelle famiglie, in base a quelli che sono i principi del mercato. Quando qualcosa scarseggia (come i figli) vale di più e non si vogliono assumere rischi, che siano essi reali o immaginari, afferma Román.

Di fronte a questo scenario, esistono gruppi di persone che lavorano duramente per reintrodurre l’infanzia nelle città, in particolare seguendo le idee di Francesco Tonucci. Nel suo libro La città dei bambini, questo pensatore e psicopedagogo italiano parla di città in cui i minori sono i protagonisti in base a due assi fondamentali: la loro autonomia e la partecipazione politica.

A scuola senza auto

La linea programmatica più diffusa oggi per riportare i bambini per strada come individui autonomi è il cosiddetto percorso riservato agli studenti. Tramite questi progetti, le città di tutto il mondo lavorano affinché i bambini vadano soli a scuola a partire dalla scuola primaria. Anche se l’obiettivo finale ideale sarebbe che i minori vadano da soli a piedi a scuola, ci sono molti percorsi studenteschi possibili. Dal minore che va in bicicletta accompagnato, fino a idee geniali come il Piedibus o il Bicibus (percorsi che conducono a scuola in cui i bambini, soli o con qualche adulto, vengono raccolti uno per uno a casa, per raggiungere in gruppo la scuola). Tutti questi progetti rientrano nell’idea del percorso studentesco. “Il bambino che va da solo a scuola è un problema di ordine pubblico, quello che va accompagnato è un problema di ordine privato“, afferma Tonucci. […]

“I genitori pensano che la città sia insicura, ma i dati dicono che ai bambini che vanno da soli a scuola non è mai successo nulla”, assicura Mena. Da quando le città si sono riempite di automobili, si pensa che ci sia sempre la possibilità di incorrere in incidenti e che i bambini vengano investiti, ma non è vero, sostiene. L’obiettivo del percorso studentesco è doppio. Innanzitutto, l’autonomia dei più piccoli, che implica un cambiamento della mentalità una volta diventati adulti. Poi si riduce il traffico urbano, con tutte le conseguenze che comporta: evitare imbottigliamenti infernali nelle ore di punta, riduzione dell’inquinamento, ecc. Può sembrare aneddotico, ma il traffico che si genera nelle zone limitrofe alle scuole nelle ore di entrata e uscita ha un forte impatto sul traffico urbano complessivo. […]

Vantaggi immediati

Per i bambini, passare dall’abitacolo alle proprie gambe comporta vantaggi immediati. Un bambino che si reca a scuola a piedi o in bici inizierà meglio la giornata, sarà più concentrato e renderà di più (è dimostrato) rispetto a un compagno che è appena sceso da una vettura. Anche a medio termine ci sono vantaggi, in questo caso di ordine sanitario. L’esercizio fisico non farà male a una società in cui un bambino su quattro è in sovrappeso e uno su sette è obeso. Inoltre, uno studio olandese del 1995 ha dimostrato che, per lo stesso tragitto e nello stesso momento, un automobilista respira 2,5 volte più sostanze inquinanti di un ciclista. I pedoni, che non vanno sulle carreggiate, dove ci sono i livelli più alti di inquinamento, sono ancora più favoriti.

Come è possibile diffondere i percorsi riservati agli studenti? Con il senso comune. Anche in questo caso, Pontevedra è il punto di riferimento, come succede sempre in Spagna riguardo a tutte le operazioni che intendono escludere le automobili dallo spazio pubblico (vedi questo articolo su Pontevedra: http://www.spacebar.cat/societa/la-citta-senza-auto-e-incidenti-stradali/). Daniel Macenile, responsabile della polizia locale e massimo esperto dei percorsi riservati agli studenti in città, spiega che “si tratta di un processo partecipativo”. In fondo, l’elemento principale è convincere scuole e famiglie. “C’è molta paura, ma adesso l’80% dei bambini va a scuola da solo o in gruppo“, afferma orgoglioso. La pedonalizzazione estrema condotta a Pontevedra facilita questo compito. Senza pedonalizzazione la teoria dice che le città devono creare percorsi preferenziali, identificabili e sicuri per il transito dei minori e rendere più accessibili ai bambini le zone circostanti le scuole (per esempio proibendo il parcheggio in un raggio di 100 metri). […]

Come sempre, bisogna avere fiducia. Anche nei confronti dei minori. “I nostri figli ci sembrano i più attenti quando sono a casa, ma poi non li lasciamo fare cose da soli fuori dalle mura familiari”, afferma Fidel Revilla, portavoce del collettivo La città dei bambini. Andare a scuola senza adulti è il primo passo da compiere. Lo desiderano. E se poi togliamo migliaia di automobili dalle strade, i vantaggi non riguarderanno solo i minori. Autonomia, maturità, rendimento scolastico, esercizio fisico, mentalità pedonale per quando saranno adulti, meno traffico e meno inquinamento. Questi sono solo alcuni dei vantaggi più evidenti, ma non gli unici. Occorre favorire la creazione di percorsi riservati agli studenti. Il cammino è lungo, siamo partiti da poco, ma ce la possiamo fare.

 

Traduzione di Stefano Iuliani

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