Espai Mescladís: cucinare opportunità per i migranti

“Più immigrazione significa più delinquenza”.
“Gli immigrati sono animali, non persone”.
“La popolazione africana a Eldorado non serve a nulla, neanche a procreare”.

Sono solo alcune delle affermazioni aberranti che negli ultimi mesi si trasformano in notizie. Come se non bastasse, succede in tutto il mondo, dall’Italia al Brasile, passando per gli Stati Uniti. Conosciamo l’impatto che ogni singola parola può avere sulle nostre idee: il semplice fatto di nominare qualcosa attiva determinate sinapsi e ne inibisce altre. Riteniamo, pertanto, che sia inutile indicare gli autori di questi scempi, meglio non ricordare ai vostri cervelli che oggigiorno ci sono culi che governano i paesi più potenti del mondo e che ci costringono costantemente a deglutire merda.

L’incipit è alquanto irritante, ma ci ricorda e costringe a parlare di qualcuno che contro tutto questo lotta senza sosta. Quando siamo seduti al bancone di Spacebar, sappiamo di non poter (e forse nemmeno di voler) cambiare il mondo, ma questa intervista a Martín Habiague serve solo per dare voce a un progetto forte in un mondo di insani.

Martín Habiague

 

– “Espai Mescladís“: la parola Espai ci fa pensare che abbiamo qualcosa in comune. Anche noi di Spacebar riteniamo che il nostro sia prima di tutto uno “spazio” destinato a qualcosa. Ecco, spiegaci a che cosa è destinato e dove nasce la scelta della parola Mescladís?

Come dicevi tu, Espai sta per spazio, quindi l’idea nasce innanzitutto per offrire uno spazio di accoglienza a individui che devono districarsi ogni giorno nella ragnatela burocratico-amministrativo dei governi occidentali. Mescladís è una parola che viene dalla lingua aranese, diffusa in alcune aree della Catalogna, di cui adoriamo la diversità culturale e linguistica, e significa mezcla (miscela, miscuglio o “contaminazione”). Quindi, la parola ha un senso sia per la nostra filosofia che per il settore in cui operiamo, quello culinario, dove i vari ingredienti si mescolano e “contaminano”.

– In che cosa consiste il progetto Mescladís?

Siamo in quanto mangiamo. Siamo gli unici sul pianeta Terra a trasformare gli alimenti. Inoltre, questa trasformazione la realizziamo seguendo alcuni riti sociali: mangiamo con familiari, amici, vicini, celebriamo le feste e condividiamo i dolori sempre accompagnati da qualcosa da mangiare. Pertanto, come punto di partenza, il progetto intende creare uno spazio di condivisione in cui la cucina e il cibo sono elementi fondamentali per rompere il ghiaccio e superare alcuni intoppi burocratici. In questa condivisione e in questo interscambio, la premessa è che non ci sono culture superiori.

Martín Habiague

– La premessa mi sembra eccezionale, ma come si materializzano queste idee?

Realizziamo laboratori culinari in collaborazione con alcune ONG e con l’appoggio dei centri civici di Barcellona. I laboratori non sono solo corsi culinari, sono soprattutto spazi di riflessione in cui non si perdono mai di vista due assi fondamentali: da una parte stiamo vivendo un’epoca in cui si produce il livello più elevato di alimenti. La FAO calcola che produciamo alimenti per 12 miliardi di persone e ne siamo 7, quasi la metà. Come se non bastasse, un miliardo di persone vive nella povertà più totale. Muore un bambino ogni cinque secondi a causa della fame e queste morti non sono accidentali, ma sono veri e propri assassinii, perché sono evitabili. Dall’altra, ci sono i temi dell’immigrazione e del cambiamento climatico, che sono fondamentali e correlati. È un paradosso che il cambiamento climatico sia generato dai paesi più ricchi del mondo e a farne le spese siano quelli più rispettosi della natura. Da questo, e dalle guerre, nascono le immigrazioni massive verso i paesi ricchi, in cui i migranti vengono accolti come soggetti “irregolari”.

– In questo senso, a che cosa servono i laboratori?

Formiamo soprattutto immigrati che si trovano in uno stato irregolare, nel tentativo di regolarizzare la loro situazione. Cuinant oportunitats (Cucinando opportunità), per esempio, è uno dei progetti fondamentali della Fundación Mescladís, che offre formazione a camerieri, chef, ecc, per facilitare il loro inserimento nel mercato del lavoro. Ogni anno formiamo 80 persone e, negli ultimi nove anni, la media di contratti lavorativi ottenuti dai nostri studenti è del 30%. Un’altra iniziativa è Diálogos invisibles. Per esempio di recente abbiamo realizzato un lavoro artistico in cui abbiamo ricoperto 120 serrande di attività commerciali con le fotografie di Joan Tomas. Si tratta di storie reali di persone irregolari e invisibili che, di notte, compaiono e si uniscono per disinnescare l’esclusione sociale di cui sono vittime. Infine, abbiamo anche realizzato un fumetto, Un regalo para Kushbu, il ritratto di nove persone scappate dalla miseria, dalla persecuzione e dalla guerra e giunte a Barcellona alla ricerca di una vita migliore. Inoltre, l’Espai è ubicato in un quartiere complicato di Barcellona, precisamente nel cosiddetto Forat de la Vergonya, e cerchiamo da sempre di organizzare attività per bambini e donne che vivono in condizioni sfavorevoli.
L’obiettivo, quindi, è mescolarci attraverso la cucina, ma a partire da questa contaminazione stimolare una riflessione politica e sociale sulle migrazioni.

cuinant oportunitats

– Hai parlato del tentativo di convertire le storie reali di chi partecipa ai laboratori in veri e propri meccanismi di trasformazione sociale. Ci puoi raccontare una delle tante storie che esemplifica alla perfezione questo concetto?

Sì, certo. Può essere considerata una specie di Romeo e Giulietta dei giorni nostri. Ci troviamo in India. Una studentessa si innamora del ragazzo che lavora nel negozio in cui va a fare le fotocopie. C’è un grosso problema però: lui appartiene alla casta degli “intoccabili“. La famiglia di lei non vuole, li perseguita e arriva un giorno in cui la situazione è insostenibile: lei viene violata, lui torturato e i due decidono di scappare. Comprano dalla mafia locale un visto irregolare a 5000 euro e si ritrovano in Polonia a lavorare nei campi di funghi. Maltrattati anche in Polonia, entrano in una cella frigo di un camion e in modo del tutto irregolare raggiungono la Catalogna. Ovviamente qui vengono dichiarati irregolari, come succede all’80% dei rifugiati che richiedono un visto. A quel punto arriva Mescladís.

– Vi è mai successo qualcosa di strano?

Sarei uno sciocco e vivrei in un altro mondo se ti dicessi che non mi è mai successo nulla di strano e triste, ma in generale preferisco raccontare le storie belle che ci sono successe da quando siamo partiti. La bellezza che ci ha accompagnati fin qui annienta totalmente la cattiveria e l’ignoranza del mondo.

– È quasi ora di pranzo… Qual è la vostra proposta culinaria?

Nello spazio Mescladís, gli ingredienti oltre a essere locali e di stagione, sono prodotti da cooperative sociali, l’acqua non è imbottigliata nella plastica e i succhi sono realizzati con frutta ecologica. Stiamo per commercializzare la nostra birra artigianale. Ma soprattutto, e ci tengo a ripeterlo, “si cucinano” opportunità per i migranti che, grazie a periodi di formazione e contratti di lavoro, possono ottenere i documenti necessari per non essere espulsi.

mescladís

Intervista di Stefano Iuliani
Foto di Federica Zampognaro

 

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