Paola Bruno: sguardi dopo un anno di pandemia

Oggi parliamo del progetto “Still Standing – Sguardi un anno dopo”, un intimo archivio fotografico sui giorni più duri della pandemia. Un documento che, attraverso gli occhi e gli sguardi delle persone, testimonia un momento spartiacque nella storia del mondo.
“Una ragnatela che non è trappola, ma momento d’incontro, in grado di riannodare i fili di una comunità e di una memoria tanto recente quanto dolorosa”.
È questo il senso dell’estemporanea fotografica che si è tenuta 7, 8 e 9 maggio nello splendido giardino di Villa Amendola, ad Avellino, dove l’ideatrice e curatrice del progetto, Paola Bruno, ha allestito una vera e propria ragnatela fotografica: “Una struttura che rappresenta, da un lato, la ricostruzione delle tappe della quarantena e, dall’altro, i segmenti del rapporto che ho costruito, in un momento storico straordinario, con e tra tante persone”. L’abbiamo intervista per voi, per conoscere meglio lei e questo straordinario progetto.7

paola bruno foto

– Come nasce questo progetto?

Questo progetto nasce innanzitutto perché sono una documentarista e a un certo punto ho deciso di scendere per strada e di raccontare quello che stava succedendo nei primi mesi della pandemia. Una volta ricevuta l’autorizzazione, ho iniziato a scattare foto da fine marzo 2020 e non mi sono più fermata. Ne ho fatte tantissime, tantissimi primi piani, ma poi ho dovuto farne una selezione per la mostra. Ho raccontato la città per almeno due mesi. Il progetto è legato anche a mio padre, che ho perso proprio in quel periodo. Se non fosse morto mio padre, credo che non avrei mai messo in piedi questo progetto. Tra le foto c’è anche la sua.

– Quali sensazioni ti porti dietro pensando alla mostra?

È una domanda difficile. Pensandoci adesso, sicuramente una gioia infinita, perché è venuta molta più gente di quella che avevo invitato. L’evento era ristretto alle 79 persone che avevo ritratto. Le persone entravano e dovevano cercare la loro foto. Una volta trovata, io passavo la palla ai miei cameraman per un’intervista video. In sostanza, veniva chiesto loro se ricordavano il momento in cui avevo scattato la foto e di dire la prima cosa bella che gli veniva in mente pensando al 2020. Abbiamo fatto una sorta di mini-documentario di 3-4 minuti su ogni persona. I partecipanti si sono commossi, hanno pianto, si sono aperti, hanno parlato delle loro esperienze. Tra loro ci sono anche tanti eroi, che in quei giorni di terrore scendevano per dare il loro contributo e mandare avanti la società. Non solo medici, infermieri, commercianti, ma tanti piccoli eroi. Questo è stato magico. La cosa più bella è che molti di loro se ne sono resi conto solo riguardando le foto che avevo scattato a un anno di distanza. Per me è la soddisfazione più immensa, ovvero aver regalato a ognuno un documento di se stesso.

Un’altra cosa simpatica è che molti non riuscivano a trovare la propria foto, perché il vento le faceva girare. Quando mi dicevano “Paola, ma io non trovo la mia foto”, io rispondevo “forse non avete guardato bene gli altri volti”. Solo guardando le foto degli altri, avrebbero potuto trovare se stessi. L’esposizione l’avevo immaginata proprio così. Il vento ha dato una mano, ma soprattutto la ragnatela costruita da mio fratello, dalla scenografa e da altri aiutanti è stata il valore aggiunto. Il resto lo ha fatto la location, che meriterebbe un capitolo a parte.

Per concludere, mi sento molto fiera di essere riuscita a raccontare davvero un periodo storico, e forse fra 10 anni, riguardando il tutto, lo sarò ancor di più.

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– Parlaci della location.

La mostra si è tenuta presso Villa Amendola, un posto di Avellino che tutti conoscono per sentito dire, ma che nessuno aveva mai visto. Villa Amendola ha una storia complessa e importante, perché rappresenta la storia di Avellino. Nelle sue grotte sono state salvate 300 persone durante i bombardamenti finali della seconda guerra mondiale.

– Un aneddoto sulla mostra?

Un bambino. C’era solo un bambino nel cartellone, perché durante la quarantena girava con una bicicletta che diffondeva la musica nel centro storico. Per me sentire quella musica in quei giorni era qualcosa di molto potente. Il primo giorno della mostra, appendo la sua foto, come tutte le altre. Poi, come ogni sera, le tolgo tutte per poi rimontarle il giorno successivo. Quando il bambino viene alla mostra, assiste prima a una scena divertente tra me e un mio amico a cui avevo nascosto la sua foto tra gli alberi. Poi, nel cercare la sua, non la trova, pensando che avessi nascosto anche la sua. Io pensavo di averla davvero appesa, ma in realtà era a casa mia, in un libro. Quindi ho dovuto dargliela due giorni dopo. Quello che doveva essere l’unico bambino della mostra, in realtà non c’era e ci è rimasto malissimo.

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– Progetti per il futuro?

Voglio continuare a credere in quello che faccio. Ritornando a Villa Amendola, non ti ho detto che i quei trei giorni mi hanno fatto conoscere l’ultima abitante della Villa, una signora ultranovantenne. L’ho intervistata. Abbiamo parlato di guerra, bombardamenti, delle persone salvate a Villa Amendola, del sindaco di Avellino. Insomma, sto scoprendo la storia di questa città abbandonata da almeno trenta anni a se stessa. E, per risponderti, spero di riuscire a portare la storia di questo posto altrove. Spero di riuscirci attraverso un video sulla mostra da inserire in una “mostra sulla mostra”. Poi c’è il progetto di una mostra al PAN sui bambini sperduti. Nel frattempo insegno anche fotografia nelle scuole. Ho avuto una battuta d’arresto, ma quest’anno andrà alla grande.

– Lasciaci con una canzone che potrebbe fare da colonna sonora alla mostra.

Bellissima proposta, perché in quei tre giorni è successa una cosa strana: Vinyl Gianpy, il nostro DJ “locale” famoso non solo in zona per le sue selezioni anni ‘60 e ’70, è venuto a prendere la sua foto e in un’intervista gli hanno chiesto di trovare un brano che rappresentasse al meglio l’esposizione. Lui ha risposto con la stessa canzone che avevo scelto come colonna sonora del video: Walk on the Wild Side di Lou Reed.

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